Intervista a Sofia Corradi

“Mamma Erasmus” è il suo bel soprannome. Sofia Corradi è la donna che inventò il Programma Erasmus dell’Unione europea. Dal 1987 ad oggi ne hanno usufruito 5 milioni di studenti

Nei suoi splendidi 85 anni, sorseggia un cappuccino davanti a me nei pressi della Stazione Termini di Roma. È molto simpatica, direi giovanile, nel senso di chi è abituato a relazionarsi con i ragazzi, perché mantiene sempre qualcosa della freschezza delle nuove generazioni. Per l’intervista ci spostiamo nella sede adiacente di Scienze della Formazione, nell’aula per i professori ordinari emeriti, dove per 41 anni ha insegnato Lifelong Learning, Educazione permanente.

La sua battaglia per l’Erasmus ha origine da un episodio della Seconda guerra mondiale che ha generato in lei radici inscalfibili di determinatezza. Inclina leggermente il capo verso destra, parla in modo dolce e deciso allo stesso tempo. La chioma biondo cenere è ferma come in un albero in assenza di ogni vento. Nulla la smuove.

«Avevo 9 anni – comincia il  suo racconto – nel periodo più carestoso della Seconda guerra mondiale. Ero più alta della media. Nessuno, in famiglia, mi disse di aiutare a contribuire alla sopravvivenza familiare. Lo capii da sola. Mio padre era ingegnere geologo delle Ferrovie dello Stato ed era rimasto a Roma, la mia città, perché non poteva dimettersi. Scriva, per favore, che sono orgogliosissima di essere concittadina di Giulio Cesare. Sfollammo con mia mamma, mia nonna, mia sorella più piccola in un paesino vicino Mondovì. Siamo sopravvissute perché vendevamo pezzo a pezzo il legname di un bosco di nostra proprietà».

Erano i tempi della Repubblica di Salò?

Eravamo in casa. Mia mamma aveva 40 anni ed era una bella donna, mia nonna 83, mia sorella 5. Bussano e ci troviamo davanti un mitragliatore puntato da un soldato della Repubblica di Salò. Accanto a lui un ufficiale tirato a lucido con la pistola nella fondina. Fa effetto vedere un mitragliatore puntato contro di te dentro casa tua. Un effetto che non si può descrivere. Non mi scorderò mai il tono di voce di mia madre quando quest’uomo disse: «Buongiorno». E mia madre rispose: «Buongiorno. Posso offrirle qualcosa?». Ma quel «posso offrirle qualcosa» aveva il significato di: «Si tolga dai piedi!». Non ho mai più sperimentato in modo così chiaro una frase che dice una cosa ma che ne significa un’altra. In genere entravano in casa e facevano razzia di tutto e requisivano quello che volevano per le truppe. Quando mi venne l’idea dell’Erasmus, dopo aver avuto un’esperienza del genere, pensa che mi sarei mai arresa di fronte a un capo gabinetto o ad un ministro dell’Istruzione? Mi faceva un baffo.

Cos’è l’Erasmus?

Come ormai è ben noto, a partire dal 1987, con il programma Erasmus gli studenti universitari dei Paesi europei hanno la possibilità di compiere uno o due semestri di vita e di studio in un’università di un Paese diverso dal proprio con il pieno riconoscimento dei crediti conseguiti all’estero e senza ritardo nel conseguimento della laurea in patria.

Per chiarezza, può dirci cosa l’Erasmus non è?

Intanto il programma Erasmus è un acronimo che significa European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, è un programma di mobilità studentesca dell’Unione europea. Il nome non ha nulla a che fare con il teologo, umanista, filosofo Erasmo da Rotterdam. L’Erasmus non ha come scopo principale l’apprendimento delle lingue estere e non è riservato agli studenti di livello eccellente, ma è per tutti, anche per gli studenti normali e con poche risorse economiche. Non ha lo scopo di offrire all’estero insegnanti migliori di quelli che lo studente troverebbe nella sua università di origine. Lo studente di Ingegneria, per esempio, che va in Erasmus, più che diventare un migliore ingegnere, diventa una persona migliore.

S’impara, insomma, dalla vita?

Il principale prezioso risultato dell’esperienza Erasmus consiste nel fatto che, compiendo uno o due semestri di full immersion in una cultura diversa dalla propria, l’erasmiano sviluppa un prezioso complesso di capacità trasversali, le soft skills quali una mentalità propensa a superare gli ostacoli mediante il dialogo anziché il conflitto. Migliora i tratti del carattere, i segnali sociali intrinseci e le abilità comunicative necessarie per il successo sul lavoro, ma anche nella vita di tutti i giorni. Le statistiche ci dicono che un erasmiano di ritorno trova lavoro in metà tempo rispetto ai non Erasmus. E dopo 10 anni raggiunge livelli direzionali.

Cosa le raccontano i suoi studenti sull’Erasmus?

Mi dicono che un periodo di vita e di studio all’estero «sviluppa la creatività», «rafforza nel giovane la fiducia in sé stesso», «insegna a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda altrui», «imprime nell’animo sentimenti indelebili di fratellanza umana». «Si diventa cittadini europei e cittadini del mondo». Moltissimi rispondono: «L’Erasmus mi ha cambiato la vita». Il punto essenziale è che l’Erasmus non è prioritariamente studio, bensì soprattutto un’esperienza.

Perché un giovane matura con l’Erasmus?

La full immersion in una cultura diversa dalla propria quale si verifica nell’Erasmus è particolarmente produttiva di crescita, di sviluppo e di maturazione della personalità, in quanto possiede alcune specifiche caratteristiche. Ha una durata di uno o due semestri, l’interazione si svolge tra pari, tra persone della stessa età anagrafica, tra persone dello stesso livello culturale e che si trovano ad affrontare gli stessi problemi di vita universitaria. L’erasmiano non segue nessun corso sulla promozione della pace tra i popoli o sulla democratizzazione degli studi, ma apprende direttamente dall’esperienza.

Come le venne l’idea?

Mi è venuta quando, di ritorno da un anno di studio alla Columbia University di New York mi è stato molto arrogantemente rifiutato il piano degli studi e degli esami sostenuti all’estero. Quando si è giovani, si vuole cambiare il mondo e, siccome mi ero resa conto che un anno all’estero aveva tanto giovato a me, volevo che la stessa opportunità l’avessero anche altri studenti. Volevo che un’esperienza all’estero, che nella storia era sempre stato un privilegio riservato a pochi giovani di famiglie abbienti, diventasse un’opportunità offerta a chiunque volesse coglierla. Le numerose difficoltà e resistenze non mi hanno mai fermata, anche perché era l’epoca della cosiddetta “guerra fredda” tra le grandi potenze mondiali ed io vivevo la promozione della mobilità studentesca internazionale come una mia personale missione pacifista.

Cosa le contestarono?

Quando partii per gli Stati Uniti, mi mancavano solo tre mesi per laurearmi in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Quando rientrai, chiesi informazioni in segreteria per farmi riconoscere gli esami fatti. L’impiegato mi rispose: «Ma cosa si crede signorina? Lei va a divertirsi all’estero e vorrebbe che le dessimo la laurea senza aver studiato? Vada a casa a studiare e veda di farsi promuovere». All’epoca non esistevano fotocopie e mostrai la pergamena della prestigiosa Columbia University di New York. L’impiegato ne ignorava del tutto il nome e l’esistenza.

Come ha raggiunto il suo obiettivo?

Sono stata insistente, lo ammetto. La cosa importante era il riconoscimento degli studi esteri, perché altrimenti si ritardava la laurea. Parlavo con le persone e lasciavo un promemoria scritto per illustrare il progetto. Facevo dei promemoria di poche pagine e lo passavo al ciclostile. Si doveva dattiloscrivere il testo su una carta ricoperta di cera e questa matrice si doveva passare in una macchina che la riproduceva in tante copie. Io ne facevo tantissime e le consegnavo alle persone che avessero qualsiasi potere.

Qual è stata la chiave del successo?

L’innovazione fondamentale è che l’iniziativa parte “dal basso”, dalle singole università che diventano in prima persona motori della cooperazione universitaria internazionale. All’interno di questa autonomia, al concetto di equivalenza sancita a livello intergovernativo, viene sostituito quello di riconoscimento che ogni singola università opera nell’ambito della propria autonomia. Gli accordi o convenzioni non vengono stipulati tra Stati, ma direttamente tra singoli atenei. Come vede, il capovolgimento di concetti è stato totale e radicale.

Nel 1987 il progetto Erasmus è approvato, ma è decollato lentamente…

L’iniziale rodaggio del meccanismo è stato lento e faticoso. Per arrivare al milionesimo studente ci sono voluti 20 anni, dal 1987 al 2007. Poi tutto è diventato scorrevole. Tra il 1987 e il 2016 abbiamo contato milioni di studenti. E ora il numero cresce al ritmo di un milione ogni 3 anni.

Quali sono le prospettive future del programma Erasmus?

Intanto c’è da dire che dal 1987 a oggi ne hanno usufruito 5 milioni di giovani fra circa 5 mila istituzioni di innumerevoli Paesi. Nonostante la ben nota crisi economica mondiale, dal 2014 il programma ridenominato Erasmus Plus è stato potenziato e ampliato e diverse sue azioni sono state estese anche a Paesi extra-europei e anche ad attività lavorative e di ricerca. Il contributo europeo per il settennio 2014-2020 è stato di circa 15 miliardi di euro e per il successivo 2021-2027 si parla di una cifra quadruplicata: 60 miliardi di euro. Una cifra enorme. Si vede che funziona.

Le piace il soprannome “Mamma Erasmus”?

Molto, perché me lo hanno dato i miei studenti. Non sa ancora quante lettere ricevo dove mi raccontano le esperienze che hanno fatto con l’Erasmus che consiglio a tutti. Il soprannome mi piace perché in genere sono pesanti. Un noto scrittore italiano in un romanzo denominava un personaggio «strozza polli». Mamma Erasmus mi richiama il nome di una trattoria come “Da nonna Rosa” dove a cucinare è la moglie del proprietario che prepara tante buone pietanze e delle minestre squisite.

 

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