Intervista a Giancarlo Bosetti

Giancarlo Bosetti, giornalista a scrittore, fondatore insieme a Bobbio e Foa di “Reset”, fautore di una laicità illuminata, lavora sulla democrazia deliberativa, sulle deformazioni mediatiche del discorso pubblico, sul pluralismo politico e culturale.

Partiamo dall’espressione abusatissima di “Terza guerra mondiale a pezzi”. Lei crede che esista? L’espressione del papa è uno dei modi in cui si può descrivere uno stato di cose internazionale che è carico di conflitti e denuncia la mancanza di fattori ordinanti, cioè di potenze globali e regionali che garantiscano un equilibrio. Nell’epoca degli armamenti nucleari la deterrenza bilanciata era un fattore di ordine: la guerra nucleare per definizione nessuno la vuole date le conseguenze catastrofiche. L’equilibrio della deterrenza esisteva a livello globale tra Usa e Unione Sovietica, ma c’era pure nelle diverse aree regionali, come fra India e Pakistan. Il quadro del Medio Oriente è però sbilanciato con l’accesso di Israele all’armamento nucleare, a cospetto del quale è sorta la spinta dell’Iran a dotarsene: il difficile negoziato di Obama ha consentito un risultato importante. Oggi i comportamenti aggressivi di Trump aggiungono una nuova incognita. Chiamiamo quindi pure “Terza guerra mondiale” un disordine molto pericoloso, specialmente nel Medio Oriente con il mondo islamico diviso sanguinosamente tra sciiti e sunniti, ma anche in altre regioni. Si sente la mancanza dell’Europa sulla scena: ha fatto troppo poco e a singhiozzo; insieme agli Stati Uniti non ha gestito le conseguenze di interventi militari che esigevano ben altro seguito, sia in Iraq dopo il 2003 sia in Libia dopo il 2011.

Da Trump a Putin, da Duterte a Orban, sembra che in questo disordine diffuso si ricorra all’uomo della provvidenza di turno per tacitare le paure che attraversano i popoli. È evidente un vasto fenomeno di rifiuto della gestione della classe dirigente liberale dei sistemi democratici occidentali, mentre riscuotono successo leader con tutta evidenza illiberali. Questo nasce da molte ragioni, ma due mi paiono più importanti: i colpi alla stabilità economica e ai posti di lavoro provocati dalla globalizzazione e i movimenti di popolazione dovuti sia alla fuga dalle guerre sia alla ricerca di una vita migliore. Questi movimenti provocano paura e non sono stati gestiti con il dovuto coordinamento dai Paesi europei.

Negli Stati Uniti, che pure sono un Paese di immigrazione da sempre, quest’ondata è stata negli ultimi decenni molto forte e ha provocato un contraccolpo, accentuato dal fatto che la crisi economica ha prodotto un declino di status della classe media e dei lavoratori di più antica residenza negli Usa. Si è aperta così la strada a un voto avventuroso e ad alto rischio, con la sorpresa che abbiamo visto.

Certamente questi “uomini della provvidenza” non sembrano auspicare una pacificazione progressiva di conflitti, fratture e frontiere. Questi strong men o women premono sull’acceleratore della paura e della crisi identitaria, col risultato di incrementare le avversioni. Sono quindi un fattore di destabilizzazione. Va proposto, ma non si sa quanto efficacemente, il richiamo alla verità dei fatti: negli Stati Uniti, ad esempio, l’immigrazione ha garantito al Paese una crescita demografica eccezionale, che ha portato la popolazione dai 300 ai 400 milioni, e garantendo una quasi costante crescita del Pil. C’è poi da sottolineare come le provocazioni di questi “leader della provvidenza” non diventino un vero policy making orientato secondo finalità chiare, ma soltanto manifestazioni di rabbia che non risolvono i problemi e innescano ulteriore rabbia come modo permanente di fare politica.

Recentemente nella Piana di Ninive sono stato impressionato dalla frattura profonda tra musulmani e cristiani. Religione e violenza è uno dei grandi temi della riflessione politica. In Medio Oriente abbiamo assistito a una cacciata delle minoranze cristiane, anche se non era questo l’obiettivo dell’Isis o delle altre fonti di terrore che prendevano di mira il vecchio status quo. Di fatto i cristiani sono fuggiti: viene naturale citare Philip Jenkins e la sua Storia di un cristianesimo scomparso, un cristianesimo che era centrale nella regione, da cui questa religione è scaturita. Qui il cristianesimo ha avuto lunghi secoli di fioritura con lunghe stagioni di pacifica convivenza con le altre religioni: si poteva parlare di un “modello-Baghdad” nel VII e VIII secolo, come prima di un “modello-Alessandria” nel III secolo. Fino a prima della crisi siriana i cristiani erano il 17% della popolazione di quel Paese. Ci auguriamo oggi che in quella regione la guerra si spenga, che la giustizia internazionale si affermi e che le minoranze cristiane possano tornare nei loro Paesi. Non credo che tutto ciò sia utopistico, perché i rifugiati che arrivano in Europa in buona misura sono temporanei. Le ferite provocate dal Daesh sono troppo profonde per poter essere dimenticate? Si diceva la stessa cosa del Libano. Poi però le varie componenti minoritarie, dopo il massacro che ha fatto più di 150 mila vittime, hanno trovato un nuovo equilibrio, e il Libano è tuttora un Paese pluralista.

Anche gli Stati Uniti sono un Paese di minoranze… John Kennedy, in un libro scritto nel 1958, ha descritto bene la cultura Usa dell’immigrazione, che la sua politica, messa in atto poi da Johnson, voleva accentuare cancellando le quote molto basse che negli anni ’50 erano assegnate a ciascun Paese da cui i migranti provenivano. Così fu e questa riforma ha dato agli Stati Uniti il volto attuale, un Paese con enormi minoranze, con 50 milioni di latinos. Se l’immigrazione ha fatto aumentare gli Stati Uniti di 100 milioni di abitanti, una piccola ondata migratoria di un milione e 300 mila persone ha mandato in tilt l’Europa. Eppure questa ha bisogno di immigrati economicamente parlando.

Perché tanta paura? L’Europa ha una storia diversa, è un continente che ha dato immigrati agli Stati Uniti: l’Italia 5 milioni, la Germania 7, l’Irlanda 5… L’Europa non è un continente di immigrazione, lo è diventato. Per cui è comprensibile lo sguardo di chi ha puntato finora alla cultura Usa dell’accoglienza e del pluralismo, come qualcosa di cui l’Europa ha bisogno. Le battute d’arresto e i fallimenti dell’integrazione hanno prodotto reazioni conservatrici ed estremiste. Bisognava lavorare sia per un’apertura mentale che preparasse il terreno a una situazione nuova e di forte pluralismo sia per gestire l’immigrazione governandola. L’Europa invece non ha governato o quasi il flusso migratorio e ha lasciato che siriani e iracheni andassero a sbattere sulle coste greche, italiane e spagnole. L’Europa nel suo insieme non ha avuto il sussulto comunitario, di tipo federale, che sarebbe stato necessario. Bisognava condurre una politica più severa nel controllo delle frontiere, aperta ai richiedenti asilo ma senza abbandonare a sé stessi i Paesi più esposti. Invece, con molto ritardo si è decisa una misura tampone discutibile come quella di pagare la Turchia, che ci espone al ricatto di un governo sempre più autoritario al suo interno. In quel bellissimo libro che è Breviario mediterraneo, Predrag Matvejevic condanna risolutamente il nazionalismo ed esalta la diversità. Non è contraddittorio questo atteggiamento? La cultura di Matvejevic è il prodotto della multiculturalità balcanica. È stato un uomo di pace, una mente pluralista che ha messo in moto il suo sguardo umanistico e mediterraneo dopo la catastrofe balcanica degli anni ’90. L’umanismo di Matvejevic è quello che dovremmo tutti costruire nelle menti dei nuovi cittadini europei, sapendo che questa cultura dell’integrazione nasce dai massacri che sono stati compiuti in zone che vivevano pacificamente nel pluralismo. Che democrazia ci ritroviamo in mano? Una democrazia da esportazione che fa fatica a ritrovare la sua identità e che non rispetta le differenze? «La democrazia è il peggiore di tutti i regimi ad eccezione di tutti gli altri», come notoriamente disse Churchill. Tra i suoi difetti, c’è una certa tendenza a fare scoppiare le tensioni fra le differenze religiose. Il che vuol dire invece che le dittature hanno una certa capacità di tenere sotto controllo, in frigorifero (o in carcere), queste diversità. Le virtù delle dittature non sono da sottovalutare, ma anche i loro difetti. Siamo decisamente favorevoli alle democrazie, vero? Dunque dobbiamo tenere sotto controllo questi vizi. In che modo? Con politiche accorte. Dovremmo spingere perché le democrazie si sottraggano alla rissosità, alla polarizzazione eccessiva, al sovraccarico delle tensioni. Bisognerebbe educare le classi dirigenti, che però, purtroppo, vedono fiorire al loro interno personaggi che sempre di più lucrano sulla violenza verbale, che aizza conflitti. Perché lei, un laico, si interessa al dialogo interreligioso? Perché è una forma di pluralismo che educa alla convivenza dei diversi. Se funziona tra i religiosi, a maggior ragione può funzionare tra i non credenti. Per i religiosi il dialogo con gli altri è una prova molto onerosa, perché è una messa in questione della propria verità, vuol dire affacciarsi sulla verità; degli altri. Il dialogo interreligioso merita di essere fatto conoscere di più, perché è una scuola di pluralismo più forte di qualunque altra. Già dialogare con chi professa convinzioni non religiose opposte alle nostre è difficile anche se utile, necessario e indispensabile; ma dialogare con chi crede in una propria verità religiosa è una sfida che mette in gioco valori elevatissimi. Coloro che ritengono che la specie umana sia condannata a vivere ciascuno con il proprio testardo perseverare in una unica verità, senza dialogo con le altre verità perché queste sarebbero una minaccia per la propria integrità, si sbagliano di molto, coltivano il vizio dell’esclusivismo e del fondamentalismo che sono tra le fonti permanenti di conflitto.

 

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