Intervista ad Alessandro D’Avenia

Un prof 2.0, 80 mila follower su Instagram, 265 mila su Facebook. Scrittore in cima alle classifiche, sceneggiatore e autore teatrale. Spopolano in Rete anche i corti tratti dall’ultimo libro “Ogni storia è una storia d’amore”

Qualche anno fa una ragazza di nome Anna, 14 anni, è arrivata con un libro in mano, dicendomi: devi assolutamente leggerlo. Era Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori), il romanzo di esordio di Alessandro D’Avenia. È così che l’ho conosciuto e da allora ho cominciato a seguirlo. Quando ci incontriamo nella sua scuola, il Collegio San Carlo a Milano, tra il vociare di ragazzi e bambini che si preparano alle attività pomeridiane, gli racconto questo episodio. Il rapporto col mondo dell’adolescenza è la caratteristica più importante che salta agli occhi incontrando la persona e le opere di D’Avenia. E la prima domanda è inevitabilmente questa:

 

Chi sono i ragazzi per te? E quali consigli daresti ai tuoi colleghi insegnanti, formatori, educatori, per acquisire quella dimensione di generatività di cui la società ha tanto bisogno?

Mi fa piacere che parti da questo racconto. Mostra come è attraverso di loro che io arrivo agli adulti. Significa che loro trovano,  nelle cose che io racconto, le parole per dirsi e che abitualmente non trovano. Se una ragazza ti dice: «Leggilo!», ti sta dicendo in realtà: «Leggimi!». Tanti anni di insegnamento hanno trasformato il mio modo di guardarli. Avevo avuto la chiamata alla mia vocazione professionale dal mio insegnante di lettere e la chiamata a come avrei voluto svolgerla dal mio prof. di religione, don Pino Puglisi. Lui basava tutto sull’idea che qualsiasi ragazzo è soggetto inedito che vale tutti i miei sforzi, fino a morirne.

Ma per inesperienza di vita, per l’inevitabile concentrazione su se stessi che si ha da giovani, vivevo un po’ a L’attimo fuggente, per cui alla fine chi ne esce eroe è il professore. Ma più cercavo di determinare in loro degli effetti, più le cose rimbalzavano. Quindi è iniziato un processo di decentramento, in cui il programma non è quello che hai da dire ma sono loro, le loro vite. Dipende da come li guardi: il tuo sguardo è generativo nel momento in cui rende figlia la persona che guarda.

 

Il rito dell’appello. Nella tua classe è un momento speciale…

A me piace dire che il professore si chiama così perché “professa” una fede: l’appello! Cioè gli articoli del credo di un docente sono quei nomi. All’inizio mi sembrava una perdita di tempo, andavo dritto a bomba sulla lezione. Ma trascuravo i loro corpi, i loro sguardi… E allora l’appello è diventato un rito, a volte accompagnato da un po’ di musica. Iniziamo la giornata con questa galleria di nomi importanti. A volte non sono disponibili a quel dialogo, e si sta così, dentro la vita nel suo darsi, scomposto, fragile. Quello che poi accade, ogni incontro con loro – e credo che loro lo percepiscano – è una continua ricerca di qualcosa che è più grande di noi.

 

Qual è il segreto del tuo successo? Oltre il talento innato c’è un trucco del mestiere per trovare il canale giusto con i ragazzi?

Dividiamo i piani. Sul piano umano, di impegno professionale, di esperienza di vita, c’è il fatto di ascoltare, tantissimo. Loro vedono in me le stesse battaglie, ma dalla prospettiva di un uomo di 40 anni. Si tratta di abbassare un po’ le difese che abbiamo, per paura che loro aggrediscano il nostro mondo interiore che in realtà stanno cercando. Significa mostrare di essere come loro, con le tue fragilità, difficoltà, lotte, insieme alle sicurezze acquisite. E questo è un primo elemento. A un livello soprannaturale, che va al di là delle mie forze, c’è proprio il discorso della preghiera. Cioè noi impariamo a ricevere gli altri dal cuore e dagli occhi di Dio. Ma io non ne sono capace… allora cerco di coltivare la vita interiore, di pregare per questi ragazzi. Questo poi ti aiuta a trovare le parole. È la creatività dell’amore che ti suggerisce di fare cose che non avevi preventivato. Non si tratta di concentrarsi sulla tecnica, ma sulla Fonte, sull’ispirazione, e di essere un canale pulito perché quell’ispirazione arrivi.

 

Guardiamo al fenomeno del bullismo, della violenza tra pari. C’è un fallimento educativo?

Si tratta ancora una volta di un problema di generatività: se questi ragazzi vengono generati solo biologicamente e non simbolicamente, non hanno identità. Perché agiscono violenza? Agiscono non sapendo chi sono, perché non vengono generati dai loro genitori, né dai loro educatori, ma lasciati alla vita così, come viene. Il fatto di essere in una storia grande, dove ognuno è protagonista e figlio unico, te lo può dare solo una dimensione verticale, e una volta che manca questo, loro per procurarsi questa identità, seducono. O con la forza, o con la vera e propria seduzione. Nel bullismo, quelli veramente pericolosi non sono i bulli, ma i gregari, che con la loro ammirazione conferiscono forza al bullo. È una dinamica di seduzione, forza, agita violenza. Sono dell’idea che qualsiasi cosa accada è sempre un’occasione educativa. A me è successo di aver avuto alunni che mi hanno mandato a quel paese per un brutto voto. Ma quel vai a quel paese” che mi ferisce, per cui io metto una nota, poi richiede un paziente lavoro di cucitura. Si tratta di lasciarsi ferire dalla realtà.

 

Qual è il filo personale dietro le tue opere? A quali tappe della tua vita corrispondono?

Credo che ogni libro sia l’approfondirsi di un’unica ricerca interiore. Se ci fai caso, il tema comune è come si trasformano la morte e i suoi succedanei (il dolore, il fallimento) in resurrezione. Il punto centrale per me è questo: la resurrezione è vera o non è vera? Voglio sapere se questo riguarda la mia vita adesso, se le persone che mi muoiono accanto veramente poi risorgono. Se il dolore che io sperimento è veramente fecondo o se è semplicemente qualcosa che chiude. Questa ricerca si moltiplica nei personaggi in modi insospettati: per me ogni libro è stato una sorpresa.

 

Chi consideri tuoi maestri?

Al primo posto ci sono i miei genitori, lì si gioca tutto. Siamo 6 figli, una vita spesa quindi per noi. In cui, per noi, hanno rinunciato a tante comodità. Non in teoria. L’ho visto fare. Poi mio papà ha avuto una bruttissima depressione che è durata tanti anni. Ho visto come hanno lottato lui, mia madre, tutti noi; come questa cosa, grazie anche alla fede, ha portato avanti la famiglia. L’ha ferita profondamente, perché tutti a causa di questo ci portiamo qualche acciacco, ma ha generato più unità, più amore. Quindi senz’altro i primi maestri sono loro. Poi tra i miei maestri metterei senz’altro don Pino e i miei prof. di lettere del liceo e delle medie. E poi gli insegnamenti di san Josemaría Escrivá, il fondatore dell’Opus Dei, che mi ha sempre entusiasmato per l’idea che Dio è nelle cose di tutti i giorni. Perché Cristo è Dio fatto uomo, e tutta la materia è trasformata da Dio stesso. Quindi sudare, faticare, piangere, ridere, lavorare, tutto è divino  e quindi in qualche maniera mi porta a Dio. E con questo, che non avevo preventivato di dirti, siamo risaliti alla fonte di ogni magistero. In questi maestri ho visto la capacità di tenere unite queste due dimensioni: lo sguardo verso l’Alto e i piedi ben piantati per terra.

 

Dal titolo del tuo ultimo libro, Ogni storia è una storia d’amore, puoi dirci qual è la storia d’amore della tua vita?

Sono cose molto personali…! Comunque, c’è stato proprio un momento della mia vita, in cui ero alla ricerca di quello che fosse il mio “rapimento”. Le cose che mi piaceva fare non bastavano. Avendo come chiamata a stare nella realtà, la bellezza, cercavo la Fonte della bellezza. E a un certo punto mi è venuta incontro come una  vera e propria dichiarazione d’amore, come è ogni vocazione. È accaduto in un momento molto semplice, di preghiera, in cui ho capito che Dio voleva tutta la mia vita, e non solo una parte. In fondo si trattava di imitare come ha vissuto Gesù Cristo, che per essere disponibile il più possibile per tutti, ha vissuto una vita da celibe. È quella imitazione di Cristo che c’è stata sin dall’inizio del cristianesimo, che spingeva laici, sia uomini che donne, a vivere nel celibato, nel nubilato, per dedicarsi agli uomini, alle donne del loro tempo. Non volevo fare il sacerdote, perché sentivo che non era la mia strada. Pensavo di finire i miei studi, di fare l’insegnante, che comunque è una professione di dedizione agli altri, poi magari il matrimonio. Avevo l’idea di fare una famiglia come quella dei miei genitori. Poi invece… la figura che allora si è accesa è quella del Cireneo. Qualcuno che si ritrova a fare una cosa che non aveva preventivato e a cui viene chiesto: mi dai una mano? Ed è accaduto proprio mentre stavo leggendo il commento che san Josemaría Escrivá fa della Via Crucis e in cui dice: «Gesù sta passando accanto a te e ha bisogno di molti cirenei». Boom, lì è stato come se l’occhio di bue puntasse su di me e si accendesse. Avevo 18 anni.

 

Questa capacità di professare la fede, compromettersi in questa testimonianza, ti ha mai creato dei problemi dal punto di vista professionale?

No… piuttosto ha creato delle difficoltà in alcuni ambienti, per esempio non vengo mai invitato in alcune trasmissioni o non si fanno recensioni dei miei libri su alcuni giornali, proprio perché ho un messaggio che ad alcuni dà fastidio, e lo porto avanti con serenità, semplicità. Mi sembra una garanzia che la cosa crea movimento; se la vuoi bloccare, è perché ne hai paura o hai un pregiudizio, ma la cosa bella in questi anni è che tutto è accaduto dal basso.

 

In questi mesi Alessandro D’Avenia gira l’Italia con l’adattamento teatrale di “Ogni storia è una storia d’amore”… (e da una storia ha realizzato anche un corto).

Per me è il teatro al grado zero, l’accadere delle cose in quel momento. E mentre racconto un’ultima storia, come un bis, i fili si intrecciano tra il palco e la platea e si rende visibile quello che abbiamo fatto: creare dei legami tra le persone grazie ai racconti. Io sono legato alla persona che sta più lontana in teatro. E questo filo rosso che cos’è? È il filo dell’amore che tutti cerchiamo, che ci precede e che in qualche maniera speriamo di riuscire a ripercorrere, per arrivare di nuovo alla Fonte.

 

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