Intervista a Mario Luzi

«Seduto presso la finestra, gli occhi fermi e attenti, Mario Luzi, poeta tra i piu grandi del nostro Novecento, sorride indicandomi una poltroncina di bambu (traspare dal suo sguardo un nugolo di pensieri: cautela, curiosità, divertimento, timidezza, e soprattutto un senso vivissimo di umanità, ospitalità). Mi siedo, dopo avergli dato il cappotto, non senza esitazione: sembra quasi che i ruoli si siano invertiti, che sarà lui a farmi delle domande, fra poco; chi può dire che cosa ci riservi la mattinata, quale pur minimo evento stia per compiersi? Intanto, mentre con simulata preoccupazione estraggo dalla mia borsa libri su libri, come dal cilindro di Houdini, e fogli e penne e mangianastri, fingendo di non azzeccare mai l'oggetto giusto, passano alcuni lunghissimi, interminabili minuti di abbozzi e schizzi di discorsi; poi, chinando un po' la testa, di sottecchi, si comincia. Domanda: Professor Luzi, mi piacerebbe iniziare la nostra conversazione proponendole una frase di Giorgio Caproni: "Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v'è una stoica accettazione piu nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più". Che ne pensa?».

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