Insegnare l’Islam a scuola?

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La consulta per coordinare la presenza musulmana nel nostro paese comincia a muovere i primi passi. Nella gestione di quest’emergenza, che sta diventando normalità, il ministro Pisanu merita più elogi che critiche, per la moderazione e l’intelligenza pragmatica. Moderazione che coinvolge sia maggioranza che opposizione. Sono primi passi di conoscenza, quelli della consulta, accompagnati purtroppo dalle solite polemiche e contrapposizioni, sia interne al mondo musulmano, sia esterne ad esso, tra chi guarda al mondo islamico proponendo l’apertura di un dialogo solo in cambio di reciprocità, e chi invece afferma che bisogna aprire il dialogo anche senza di essa. Poche ore dopo la seconda riunione della consulta, nella quale si sono affrontate due diverse tendenze nel considerare la presenza musulmana in Italia, è emersa la richiesta di insegnare l’Islam nelle scuole. Interrogato in proposito, il card. Martino, a titolo personale, ha proposto di avviare tale insegnamento nelle scuole in cui ci sia forte presenza musulmana. Le reazioni non si sono fatte attendere, cristallizzandosi di nuovo attorno al concetto di reciprocità. A questo proposito mi sembra doveroso fare qualche precisazione. Primo: la reciprocità è un orizzonte imprescindibile, sia perché legata ai diritti dell’uomo, sia perché in un mondo globalizzato bisogna trovare regole condivise universalmente. Secondo: non c’è un solo mondo musulmano. L’Islam è plurale e non ha un’unica autorità. Quindi, da chi si può pretendere tale reciprocità? La reciprocità è un cammino comune. Terzo: quale Islam insegnare nelle scuole? E chi lo insegna? Emerge qui il grave problema della formazione degli imam, che non va certo delegata al governo, ma nemmeno lasciata all’improvvisazione. Quarto: la consulta deve andare avanti senza cadere da una parte nel rischio corso dall’esperienza francese, cioè di rappresentare male la geografia islamica d’un paese (vi fanno parte solo i musulmani più accomodanti), sia di fare fughe in avanti in inutili unanimismi di facciata. Quinto: serve onestà da parte degli organi d’informazione nella descrizione dell’Islam italiano, evitando facili strumentalizzazioni e ingigantendo un particolare spacciandolo per universale. E infine: il dialogo vero esiste già, che lo si voglia o no. È aperto dalle mille associazioni che vi operano. Non è un optional, il dialogo, ma una necessità, per ragioni economiche, demografiche, filosofiche, religiose.

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