Inferno e paradiso?

Sarà vero che l’uomo è metà angelo e metà demone? Certo, il Novecento ne ha visto la parte oscura emergere con una violenza parossistica, eppure ha contemplato anche superiori intuizioni di luce con cui oltrepassare il dolore e la morte. Raramente, nella pittura era apparso uno come il berlinese George Grosz, scacciato dal nazismo in America per la ferocia con cui il disegno aguzzo e il cromatismo sulfureo gridavano il suo disprezzo per un mondo ipocrita di corruzione, potere, denaro e guerra. Grosz visita, come un Dante del XX secolo, l’inferno della condizione umana dominata dal non-amore. Affida al tratto appuntito della penna e alla aschematicità dei dipinti lo sguardo impietoso su una umanità di morti che camminano credendosi vivi, da cui la deformità caricaturale dei tratti, la dissipazione dei corpi, l’assenza di rapporti. Le sue città, siano europee o americane, sono impazzite dalla velocità o dalla prepotenza, l’amore è solo sfruttamento, la religione potere. L’uomo è un Viandante – tela del 1956, tre anni prima della morte a 65 anni – in mezzo a lampi di colori elettrici. Grosz non cede. Punge sarcasticamente anche l’opulenza americana come nel collage Io e New York del ’58 ritraendosi tra luci edifici e don- ne-consumo della nuova trappola disumanizzante. Talora si concede una brevissima sosta. C’è la magia dello svettare altissimo dei grattacieli, come anime anelanti , o il silenzio surreale del Gharnet lake, disteso in colori biancoazzurri di bellezza lunare. L’anima resta sulfurea e presaga. Già nel 1940 aveva dipinto un Hitler suicida – con cinque anni di anticipo -, ora commenta l’Inferno dantesco, metafora del vivere contemporaneo, fra glacialità e incendi. È il mondo come egli lo vede, una interminabile sequenza di infelicità. A cui si ribella, colpendone alla radice l’origine: l’indifferenza, che rende gli uomini nemici fra loro. Come fossero spettri. Non ha infatti dipinto già nel ’34 un olio profetico, dal titolo Locale di spettri? Al dolore di Grosz e alla sua visione cupa, pare rispondere l’occhio dell’ebreo- russo Marc Chagall, anch’egli esule dalla Germania nazista, pure lui segnato da una sofferenza difficile da sopportare, pure lui visionario. Chagall non rinnega le radici, a differenza di Grosz, sarcastico con la Germania. Le racchiude in sé, le trasporta in un mondo dove tutto è meraviglia. L’ingenuità degli innamorati volanti, degli animali fantastici, dei musicisti e dei fiori, il miracolo di un universo sfolgorante di colori e di suoni, non deve però ingannare. Il pittore conosce la tragedia del suo popolo, illustra la Bibbia a volte col cuore ferito, dipinge Crocifissi ebrei come simboli della morte innocente, conosce sogni ossessivi, non solo incantati. Pure, con l’intuizione dei poeti, avverte che tutto è mosso da un sentimento di amore, più potente della morte. Esso fa passeggiare due giovani sposi sopra un enorme gallo rosso, volare una donna azzurra sopra la Bastiglia, o godere dell’esplosione paradisiaca nel Trionfo della musica. La vita è più forte, sembra dire Chagall. Nel Re Davide in blu del 1968, il sovrano musicista suona sopra un letto fiorito nella notte che avvolge le case. L’impressione è di un canto cosmico all’amore. Non c’è forse il profilo di una donna vicino al re? Così, la tragedia umana viene trasfigurata. Un paradiso diventa possibile. Chagall vi approda a 98 anni, nel 1985. Forse non è un caso che Chagall e Grosz convergono con le loro opere all’appuntamento romano.

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