Indispensabili i caccia F35?

131 bombardieri per le nostre Forze armate. Una spesa di 15 miliardi approvata dal Parlamento. Una sfida ancora aperta per la società civile.
Le commissioni difesa di Camera e Senato, lo scorso aprile, hanno approvato in via definitiva l’acquisto dalla statunitense Lockheed Martin di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter, o più semplicemente F35. Andranno a  sostituire, entro il 2026, i velivoli in dotazione alle nostre Forze armate. Spesa ipotizzata 15 miliardi di euro, che si aggiungono ai 7 miliardi già destinati per 121 Eurofighter Typhogon, caccia di fabbricazione europea.

 

Sembra conclusa (manca solo la sigla sul contratto) con scarsa attenzione dei grandi media, una vicenda iniziata nel 1996 con il consenso di tutti i governi di diverso colore che si sono succeduti in questi anni e allettati dalla possibilità di partecipare ad un grande progetto internazionale. Capofila gli Stati Uniti, affiancati dalla Gran Bretagna. Come partner di secondo livello seguono Italia e Olanda. Un gradino ancora inferiore occupano Danimarca, Norvegia, Australia, Turchia e Canada.

 

In un tale progetto le nostre imprese del settore sono già coinvolte, con relativi investimenti nelle fasi di studio e sviluppo e lo saranno nella realizzazione e manutenzione di parti dei velivoli.

La previsione di un centro di assemblaggio e manutenzione degli F35 presso l’aeroporto di Cameri, vicino Novara – capace di rispondere alle esigenze di Europa e Medio Oriente – rappresenta un forte argomento persuasivo, che si aggiunge alle sollecitazioni del dipartimento della Difesa americano che ha previsto, per i vari Paesi, un ritorno da 2 a 40 volte il valore di ogni dollaro investito nel progetto.

 

Per di più questi aerei dotati di una formidabile proiezione offensiva, anche con ordigni nucleari, sono funzionali – come sostiene l’autorevole Istituto affari internazionali – al nuovo modello di difesa europeo imperniato sulla logica  di assicurare il potere aereo fuori dal vecchio continente per «affrontare l’insorgere di minacce alla sicurezza o agli interessi vitali dell’Europa».

Il documento strategico adottato dai capi di Stato e di governo europei nel 2003 ha, infatti, dichiarato che si tratta di affrontare ormai pericoli nel quadro di relazioni transatlantiche «insostituibili» per «costituire una forza formidabile per il bene del mondo». Un’impostazione, questa, che rende di fatto inapplicabile il “principio di sufficienza”, secondo cui ogni nazione dovrebbe limitarsi a possedere le sole armi necessarie per la difesa.    

 

Nel nuovo contesto internazionale, sembra proprio che l’unico modo per far valere il ruolo dell’Italia consista, pertanto, nel mettere a disposizione armi e truppe disposte anche alla guerra. In Afghanistan, ad esempio, come afferma il professore di relazioni internazionali Vittorio Emanuele Parsi, «la situazione è tale da richiedere non più peace-keeper, ma peace-warrior. Servono cioè truppe che combattano per riportare la pace nel Paese e non per mantenerne una ormai inesistente».

Fuori tempo massimo sembra giungere il tentativo della campagna Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.org), varata da 47 associazioni di diversa provenienza, che chiedono di riaprire il discorso contestando scelte che sarebbero dettate non da esigenze di sicurezza, ma dalla pressione di gruppi di potere affaristico.

Analoghe dichiarazioni dalla commissione Giustizia e pace della diocesi di Novara, dove è situato l’aeroporto di Cameri, sulla «necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione di strumenti concepiti per la guerra» per non adeguarsi «alla logica dell’Impero che vuole armi sempre più potenti e sofisticate». Prese di posizione coraggiose, mai arrivate, tra l’altro, a conoscenza del grande pubblico. Gli estensori, anzi, sono stati invitati ad occuparsi più di questioni liturgiche che di politica industriale.  

 

Di quest’ultima si occupa la federazione europea dei lavoratori metalmeccanici che segnala come ad un aumento del fatturato delle aziende belliche non corrisponda affatto, come si crede, un’equivalente crescita dell’occupazione.

Per Gianni Alioti, dell’Ufficio internazionale della FimCisl, lo stesso importo di 15 miliardi investito nel settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, secondo stime basate sull’esperienza tedesca, sarebbe in grado di creare dai 116 mila ai 203 mila nuovi posto di lavoro. Mentre nel 2006, l’allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Leonardo Tricarico, prevedeva 10 mila occupati aggiuntivi come effetto del programma F35.

 

L’idea che ispira certe decisioni non è quindi quella di sostenere l’occupazione, ma di seguire la strategia dell’Occidente nella corsa agli armamenti ritenuta all’origine dell’implosione del blocco sovietico.

 

Sta di fatto che negli ultimi dieci anni abbiamo riscontrato un aumento del 45 per cento delle spese militari a livello mondiale. La Cina inonda l’Africa di armi in cambio di petrolio e materie prime ed è pronta al balzo in avanti che la porterà a competere da pari con gli Usa. In contemporanea, governi di ogni tipo si affrettano a concludere accordi politici per assicurare alle loro aziende commesse di armi da Paesi che dovrebbero invece combattere la vera guerra necessaria, quella contro la fame e le malattie.    

 

La decisione sugli F35, ormai data per acquisita da maggioranza e opposizione nel Parlamento italiano, si situa in questo orizzonte economico e, ancor più, culturale.

La società civile non è sufficientemente avvertita su temi così cruciali e la riflessione attorno ai concetti di pace, difesa e guerra è lasciata all’impegno di pochi gruppi. L’obiettivo dovrebbe essere, invece, quello di giungere a scelte condivise in campo economico. Senza timore di dover partire sempre in ritardo. Il richiamo alle coscienze produce effetti imprevisti, come avvenne per quelle operaie della Valsella che, nell’Italia in pieno riflusso degli anni Ottanta, ripresero la signoria sul loro lavoro smettendo di costruire mine fino a riconvertire la fabbrica.

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