India, un anniversario controverso dell’Indipendenza

Il gigante asiatico, fra le potenze nucleari del pianeta, affronta la pandemia mondiale e il fondamentalismo religioso

India. Il 15 agosto celebra il 73mo anniversario della sua Indipendenza. La data è un tradizionale appuntamento per una valutazione di questi decenni che hanno visto un Paese in rapida ed incredibile evoluzione. L’India, infatti, è passata dall’emblema di carestie endemiche e fame nel mondo ad una delle potenze nucleari del pianeta; dagli apparenti assurdi di una cultura millenaria ancora viva e capace di dettare i suoi ritmi e le sue leggi ad una delle immagini della globalizzazione più sfrenata. Sono solo due considerazioni che possiamo esprimere per dovere di sintesi perché l’evoluzione del gigante asiatico è stata ben più complessa ed articolata.

È bene, comunque, notare che a fronte di una innegabile trasformazione in positivo del Paese, l’anniversario del 15 agosto 2020 ci presenta un panorama preoccupante. Innanzi tutto, c’è la questione immediata del Covid-19 che, sebbene sia un problema mondiale, ha, in questo momento, nel sub-continente indiano uno dei due poli – insieme agli USA – più preoccupanti e, almeno apparentemente, più difficili da controllare. D’altra parte, non possiamo nasconderci che a fronte di una popolazione con cifre da capogiro il Paese ha fornito esempi di eccellenza, per ora, nel trattare l’infezione. Lo stato del Kerala e la prevenzione e controlli tappeto in alcune bidonville, hanno mostrato che è possibile affrontare una pandemia anche in un Paese con popolazione esplosiva in quanto a crescita e concentrazione con la conseguente impossibilità di osservare i distanziamenti sociali. La prospettiva dell’epidemia in India, soprattutto in alcuni stati particolarmente poveri ed arretrati e in certi contesti specifici, appare comunque preoccupante e di difficile gestione. Già oggi, non si po’ nascondere che ci sia stata una scarsa profilassi e che il blocco di tutti i trasporti di terra abbia costretto 460 milioni di persone ad andare al lavoro a piedi o a dover rientrare con mezzi di fortuna nei loro villaggi, alcune volte a centinaia di chilometri di distanza.

 

Tuttavia, nel contesto di una pandemia mondiale, quello che ancor più preoccupa, perché difficile da controllare, è il fondamentalismo religioso. Il problema, sempre latente in India, ha trovato nell’attuale Primo Ministro Narendra Modi e nel suo delfino (qualcuno addirittura dice che sia più vero il contrario), il Ministro degli Interni Amit Shah, la chiave per una controversa e pericolosa agenda politica interna. Dopo un primo mandato che già aveva destato preoccupazioni, soprattutto nelle minoranze religiose, ma che non aveva dato modo al governo di uscire allo scoperto con decisioni controverse e realmente discriminatorie, questi due anni di nuovo incontrastato dominio arancione (il colore del fondamentalismo indù e del suo partito BJP) hanno visto eventi e presa di decisioni molto preoccupanti per una vera ‘indipendenza’ del Paese e di tutti gli indiani, a prescindere della loro fede e stato sociale.

Abbiamo ripreso in varie occasioni anche sulla nostra rivista le scelte controverse del governo Modi, sia nei confronti delle comunità musulmane dello stato del Kashmir, declassato a Territorio dell’Unione, che dei rifugiati provenienti dagli altri stati del subcontinente, anch’essi chiaramente discriminatori nei confronti dei migranti di fede islamica. La recente partecipazione del Primo Ministro celebrazione per la posa della prima pietra per il nuovo Rama Mandir (Tempio dedicato al dio Rama) e il suo ignorare simili occasioni per l’inizio dei lavori della moschea che sostituirà quella distrutta da fanatici indú nel 1992, ha confermato i timori di molti. È sempre più evidente che l’Hindutva è la vera agenda politica di questo populismo fondamentalista che sta preparando prossime scadenze importanti in India: il 75mo dell’indipendenza del Paese che si celebrerà nel 2022, le prossime elezioni politiche del 2024 e, nel 2025, il centenario della RSS, il gruppo fondamentalista la cui ideologia sta ormai governando l’India attraverso il partito del BJP con il Primo Ministro Modi. Preoccupa sempre più il vuoto creato dall’assenza di una opposizione credibile e capace di arginare l’ondata arancione. Il populismo dell’Hindutva, nonostante abbia molti indú tutt’altro che favorevoli alla sua politica, resta tale che Modi si presenta oggi come il Primo Ministro indiano di maggior successo e con il più altro gradimento. Le minoranze, infatti, sono troppo piccole per avere un impatto credibile sulla sua immagine. Musulmani, cristiani e sikh (oltre a numeri minimi di buddhisti e baha’i) arrivano a malapena al 20% della popolazione.

 

Il progressivo processo di induizzazione dell’immenso Paese è evidente. Basti pensare che il Chief Minister (Primo Ministro locale) dell’Uttar Pradesh, lo stato roccaforte dell’induismo militante e dove si trova la città di Ayodya con la questione critica della moschea distrutta e del tempio di Ram che verrà ricostruito, è un swami (sacerdote) indú fondamentalista, Yogi Adityanath, da molti indicato come un potenziale successore di Modi a livello nazionale. Sempre al fianco di Modi, nei giorni dell’inaugurazione del sacro terreno del nuovo tempio, Adityanath ha dato una immagine di quanto ormai sia lontano il secolarismo, la laicità (non il laicismo) dei Nehru e di Indira Gandhi stessa, ma anche di altri politici più recenti che appartenevano alla generazione che ha formato il Paese per mezzo secolo. Ormai si parla di una ‘democrazia illiberale’ e non è, senza dubbio, un complimento per un anniversario che si avvicina alle nozze di platino. C’è, poi, anche il dubbio che la non facile situazione con la Cina – dopo i vari e pericolosi screzi recenti – venga abilmente manipolata per rinforzare un nazionalismo pericoloso anche nella politica internazionale dove Modi non può nascondersi lo strapotere di Xi Jinping a fronte del suo successo a conquistare le sole diaspore degli indiani negli USA e in altre parti dell’occidente, facili preda della sua oratoria e anche interessati alle sue aperture economiche che vogliono favorire gli investimenti di Indiani all’estero nella madre patria.

 

Buon anniversario all’India indipendente con la speranza che non ceda ad agende politiche interne capaci di pericolose colonizzazioni ideologiche, che finirebbero per irridere gli ideali di coloro che per mezzo secolo avevano lottato per l’indipendenza dalla Corona britannica.

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