India, la nuova legge per l’agricoltura crea tensioni

Altra decisione unilaterale del governo Modi che suscita reazioni e dimostrazioni ma che, alla fine, non potrà né essere cambiata né modificata
Agricoltori indiani protestano (AP Photo/Altaf Qadri)

Narendra Modi governa con una maggioranza assoluta che gli permette di fare e disfare le leggi a piacimento suo e di quello dell’elettorato che lo ha appoggiato in massa. Questa volta oggetto controverso delle decisioni del governo di Delhi sono i contadini e l’ambiente rurale, colpiti da una riforma passata quasi di punto in bianco, nel mese di settembre, ma che sta procurando pericolose tensioni sociali.

I primi passi per la presentazione della legge erano stati compiuti nel mese di giugno, prima dell’inizio dei monsoni, nonostante le proteste di una opposizione che sa di non poter fare di più. Le nuove misure colpiscono un sistema tradizionale in India, quello cosiddetto dei mercati ‘mandi’, che permette agli agricoltori di vendere i loro prodotti direttamente a punti di raccolta nei centri rurali senza dover pagare tasse aggiunte se non quelle previste dal governo locale, che di fatto è direttamente o indirettamente il maggior acquirente e distributore dei prodotti. Si tratta in effetti di agenzie pubbliche che garantiscono sia la conservazione e stoccaggio che la distribuzione delle derrate.

Il primo ministro indiano Nerendra Modi (India Government Press Information Bureau via AP, File)

La rete di questi mercati rurali copre l’interno Paese, in particolare il centro nord, ma anche stati del sud come il Karnataka e il Kerala, e costituisce una fitta ragnatela di centri che trattano i prodotti agricoli, soprattutto di quelli di primo consumo per la vita quotidiana in India. Una fetta notevole di questa merce è acquistata dai rispettivi governi locali.

Per esempio, negli stati del Punjab e dell’Haryana, considerati i granai dell’India, i rispettivi governi locali arrivano ad acquistare fra il 75% e l’ 85% dei cereali ad un prezzo di fatto calmierato e con tasse i cui proventi finiscono nelle casse degli stati locali, lontani dalla capitale. Il nuovo sistema, invece, mira a favorire investimenti privati sia nel settore della produzione agricola come pure in quello della distribuzione di alcuni prodotti fondamentali (cereali, legumi, olio, cipolle) all’interno del Paese e della loro lavorazione e conservazione. Con queste mosse il governo Modi mira a creare una competitività all’interno del settore agricolo, favorendo anche, si spera, un abbassamento dei prezzi ed assicurandosi un controllo su tutta la filiera dei prodotti che, di fatto, verrebbe sottratta al controllo degli stati locali. Le nuove misure, inoltre, rompono il rapporto diretto dei produttori agricoli con la rete di acquisto e distribuzione, assicurata dai ‘mandi’ locali, che permetteva ai coltivatori diretti un accesso non mediato – se non quello statale e delle rispettive agenzie – alla vendita dei loro prodotti. In secondo luogo, minano le finanze degli stati che vivono di agricoltura e che, fino ad oggi, possono contare su proventi provenienti da tasse concordate con i market rurali.

Dopo la controversa scelta della demonetizzazione di qualche anno fa, quando il governo Modi decise nel giro di una notte di ritirare le banconote di un certo taglio per eliminare i capitali in nero che proliferavano all’interno del Paese, provocando un caos generale durato mesi e capace di mettere in ginocchio la vita della gente comune, arriva ora una nuova mossa che suscita la rivolta della base dei contadini in alcuni stati, quasi tutti a conduzione di coalizioni politiche che non vedono il BJP, partito di Modi, al governo. Anche se i provvedimenti toccano stati che non seguono il tradizionale sistema, la classe rurale si sta comunque mobilitando con proteste di massa contro le nuove leggi del governo Modi che liberalizzano il commercio agricolo. I due provvedimenti sono già stati approvati sia dal senato (il Rajya Sabha) che dalla Camera bassa (Lok Sabha).Ora sono in attesa della firma del presidente della Repubblica, Ram Nath Kovind, uomo del BJP che, senza dubbio, non si rifiuterà di apporre la sua firma. Per questo, nei giorni scorsi migliaia di persone hanno inscenato proteste e organizzato blocchi stradali in stati agricoli come Punjab, Andhra Pradesh ed anche nel Kerala e Hariyana.

Agricoltori indiani protestano (AP Photo/Altaf Qadri)

Per i piccoli agricoltori, la nuova normativa riduce il prezzo di sostegno ai loro prodotti agricoli, e limita la possibilità di stoccare la produzione nei magazzini statali, un sistema con tanti difetti ma che ha portato comunque buoni risultati, dato che gli agricoltori vengono pagati in anticipo dallo Stato. Il timore è che con il nuovo schema il mercato finisca nelle mani di gruppi monopolistici. Tutti i partiti d’opposizione hanno protestato contro i provvedimenti, che tuttavia, possono fare poco a livello parlamentare in quanto il BJP ha una larga maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Da parte sua, l’amministrazione Modi difende l’iniziativa, affermando che porterà grandi vantaggi a tutti i contadini del Paese, perché essa promuove una maggiore circolazione dei prodotti agricoli da uno Stato all’altro e al loro interno. I sostenitori del governo osservano che la normativa non smantella il sistema d’acquisto di riso e granaglie da parte delle agenzie pubbliche, e non elimina il prezzo minimo garantito dei prodotti agricoli. Per diversi osservatori, però, i depositi statali faticheranno a competere con i grandi gruppi in un mercato concorrenziale.

Intanto si susseguono scontri fra coltivatori diretti che da più stati, soprattutto nel Nord India, stanno da giorni marciando verso la capitale Delhi – la campagna è stata denominata Delhi chhalo ‘andiamo tutti a Delhi’ – per dimostrare contro le nuove disposizioni. E’ bene sottolineare come circa il 70% delle famiglie indiane dipenda dal lavoro agricolo. Negli ultimi anni le ricorrenti siccità hanno impoverito questo strato della popolazione, una situazione aggravata dalla pandemia da Covid-19.

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