Indagine sull’uomo

G.Verdi, Don Carlo. Roma, Teatro dell’Opera. Grondano lacrime i quattro atti di questa immensa tragedia dell’amore: negato, cercato, desiderato, irrisolto. Nella reggia incupita dell’Escorial aleggia (anche oggi) un’aria di severità, di ascesi solitaria: poco spazio all’espansione del sentimento, controllato dalla ragione: di stato, di religione, di cerimoniale. La festa, l’allegria è esteriore, fa parte della cornice, come pure gli autodafè, le sfilate regali, le processioni. Nello scorcio del secolo XVI, Filippo II soffre terribilmente di questa dicotomia, lui freddo e cupo all’esterno, in realtà bisognoso d’affetto. Il doloroso monologo Ella giammai m’amò, seguito dal duetto politico con l’Inquisitore sintetizza l’analisi verdiana sull’uomo: vorrebbe esser libero di amare, ma la società, il giudizio altrui, la storia lo bloccano, costringendolo alla finzione. Quanta amarezza e quanta infelicità. Esse pervadono il rapporto Don Carlo-Elisabetta, Elisabetta- Eboli, ma per fortuna non intaccano la luminosa amicizia fra don Carlo e Rodrigo che, come i veri amici, darà la vita. L’opera chiude con un finale misterioso, aperto, senza soluzione: Verdi resta sospeso nel giudizio: soffre con l’uomo, un microcosmo di cui ha indagato con finezza estrema i segreti più intimi dell’anima, quelli che si rivelano solo a sé stessi. La musica esprime con partecipazione commossa il dramma dei popoli (i Fiamminghi) e degli individui, fra suggestioni da grandopèra e revival quarantotteschi, ma tocca una nuova sfera espressiva nell’indagare sottilmente, grazie ad uno strumentale raffinato e ad un canto meno sfogato, i recessi del cuore. Opera dunque complessa, e incompiuta il Don Carlo: ma piena di fascino. A Roma, l’allestimento storico (1965) di Luchino Visconti (una ricreazione dell’Escorial, fra tombe regali, cortili raccolti, vetrate altissime) restaurato da Alessandro Ciammarughi, e la regia essenziale di Alberto Fassini, hanno dato vita ad un felice dialogo con la musica, commentata visivamente dalle ricche intuizioni viscontiane. La direzione navigata di Nello Santi porta a buon fine, grazie alla collaborazione dell’orchestra, il dramma, pur senza aprire nuove prospettive interpretative. Fra le voci, spicca la classe di Ferruccio Furlanetto, grande attore-interprete di un gigante come Filippo II, cui purtroppo è inferiore l’Inquisitore di Paata Burtchulaze; mentre fiammeggiano Il marchese di Posa di Alberto Gazale, il valido Don Carlo – soprattutto vocalmente – di Francesco Casanova. Vibrante e intensa l’Eboli di Luciana D’Intino, appassionata l’Elisabetta di Dimitra Theodossiou. Un cast di rispetto ed un buon coro per uno spettacolo assai godibile. Il pubblico ha applaudito calorosamente, segno che la musica verdiana ha fatto centro, ricreando il vero con forte tensione morale.

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