Ho incrociato la “buona scuola”

La testimonianza di quelle buone pratiche giornaliere che sostengono la più grande impresa di un Paese
scuola

Quando ho conseguito la laurea in fisica molecolare, il preside di facoltà professor Italo Federico Quercia, ci stupì con un suggerimento di questo tenore: «Anche se tutti voi siete intenzionati a lavorare nelle industrie, almeno per due anni dedicatevi all’insegnamento nelle scuole secondarie, perché solo provando a far apprendere questa disciplina ad altri studenti, vi accorgerete di quanto ancora avete da studiare per trasmetterla e farla amare». La mattina seguente, con la mia Fiat 500 acquistata con la borsa di studio, cominciai a fare il giro delle scuole presso le quali avevo presentato domande di supplenza. Prima di mezzogiorno, in un istituto tecnico per geometri di un paesino della provincia, trovai già una disponibilità: il preside, preoccupato di “coprire” una classe priva di insegnante assente per malattia, mi consegnò un registro con le uniche parole: «Per favore, corra nella 5a C, quella da cui provengono le grida in fondo al corridoio, prima che mi distruggano tutto!». Cavie sperimentali i miei studenti e cavia anch’io. M’innamorai dell’insegnamento e misi in soffitta il progetto di un lavoro di ricerca nelle industrie. Ma ero consapevole di dover colmare le mie lacune. Così iniziai a studiare seriamente, partecipando a corsi di perfezionamento e specializzazione su tematiche inerenti la didattica e la valutazione: un processo intenzionale di educazione permanente, lifelong learning. Inoltre, quella del docente è una professione che non ammette routine, richiedendo il compito di personalizzare l’insegnamento centrandolo sugli alunni che si hanno dinanzi, anno dopo anno. È quella tecnica che lo psicologo Carl Rogers chiama la “terapia centrata sul cliente”, e Chiara Lubich il “farsi uno con l’altro”. Un ricordo personale. Ogni anno preparavo le mie lezioni e ne facevo una dispensa per gli studenti, dicendo tra me e me: «L’anno prossimo avrò il compito semplificato, perché le lezioni sono già elaborate». Mera illusione: in un anno cambiava il contesto, cambiavano gli alunni e cambiavo io. E di conseguenza le lezioni andavano riscritte ex novo, per adattarle alle mutate realtà del momento presente. Ho conosciuto scuole e classi diverse, per tipologia e programmi d’insegnamento, di varie città e regioni d’Italia: un patrimonio straordinario di relazioni e di esperienze, che sopravvive alla memoria (grazie ai “social”, i rapporti con i colleghi e con gli ex-alunni – oggi padri e madri di famiglia – sono ancora vivissimi). Ritengo di essere stato un privilegiato nei “40 anni-7 mesi-un giorno” della mia vita scolastica, per aver incrociato e sperimentato quella “Buona scuola” che nel nostro Paese non è mai mancata.

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