Incontro con “L’Altro”

Lo scorso dicembre. Stazione centrale di Varsavia. Sono in fila per acquistare un biglietto per Katowice. Guardo l’orologio, non c’è molto tempo. Arriva il mio turno. Acquisto e mi avvio verso il binario. Sento una voce e vedo un povero alla mia sinistra. Qualche centesimo, mi chiede. Mi dispiace, dico. Proseguo oltre, controllando i dati sul biglietto. Dopo alcuni passi mi fermo. Mi dispiace di cosa? Che tu sia povero ed io no? Che non abbia avuto neppure il buon cuore di fermarmi e guardarti negli occhi? Mi dispiace, questo è vero, e non riesco ad andare oltre. Mi guardo intorno, vedo un bar, entro, compro un pezzo di pizza. Torno indietro, cerco l’uomo che mi ha chiesto qualche centesimo. Non lo trovo. Un’occasione persa. Cerco ancora, lo trovo poco più in là. Questo è per lei, gli sorrido. Lui ricambia. Tornando verso il binario, noto un’improbabile e grigia libreria. I pochi libri esposti sono lontani anni luce dai miei interessi. Mi sento ugualmente spinto ad entrare. Ho appena dieci minuti; per uno che spende almeno un’ora ogni volta che entra in una libreria, è un tempo, questo, insufficiente anche solo a prendere le misure dello spazio circostante. Vado dritto verso uno scaffale. C’è un libricino di Kapus´cin´ski, l’ultimo, sul quale campeggia un titolo lapidario: L’Altro. Questo libro mi stava aspettando, penso. Lo acquisto senza indugiare. Sul treno, dopo aver preso posto, inizio la lettura, che finirà, con precisione incalcolabile a priori, esattamente alla stazione di Katowice. La folgorazione arriva dopo quattro pagine appena: Viaggiando, sentiamo che accade qualcosa d’importante, che prendiamo parte a qualcosa di cui siamo al tempo stesso testimoni e attori, che su di noi grava un onere, che siamo responsabili per qualcosa. Siamo responsabili per la strada. Spesso siamo convinti che passiamo per una strada una volta sola nella vita, che non vi torneremo più e per questo non possiamo omettere, trascurare, lasciarci sfuggire niente di quel viaggio. Renderemo conto di tutto questo, scriveremo una relazione, un romanzo, un racconto, ci faremo l’esame di coscienza. Per questo, viaggiando, siamo concentrati aguzziamo la vista, acuiamo l’udito. La strada è così importante perché ogni passo su di essa ci avvicina all’incontro con l’Altro. Per questo siamo in cammino. Rischieremmo, altrimenti, la scomodità, l’insicurezza, la fatica?. Ho l’impressione che il cerchio si chiuda.Ma non è un cerchio, è una spirale, anzi: una spirabola (neologismo coniato scrivendo racconti): una parabola a forma di spirale. Si torna sullo stesso punto senza restare sullo stesso piano. Un po’ più su, o un po’ più giù; dipende da quello che si fa per l’Altro. Se non si fa niente, si resta sullo stesso piano, girando intorno a sé stessi. Tornando dal povero con il pezzo di pizza io non ero più quello di pochi istanti prima. Andavo incontro all’Altro. Ed anche lui, nella dignità ritrovata di un sorriso, sembrava cambiato. E se non bastasse – qualora mi sfuggisse il senso dell’esperienza che sto vivendo – incontro il libro di Kapus´cin´ski. Ringrazio il povero. Ringrazio l’angelo del dispiacere. Ringrazio Kapus´cin´ski. 24 gennaio 2007. Treno Varsavia-Katowice. Rileggo questa pagina scritta un mese fa. Sono di nuovo in viaggio. Ieri è morto Kapus´cin´ski. Era il suo ultimo libro. Un testamento. L’Altro.

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