Incontro a te

Antropologia del dialogo: la parola e il silenzio nell’ultimo libro di Gennaro Cicchese.
Un quadro della Biennale di Venezia 2009.

L’odierna comunicazione, pur avendo raggiunto una grande efficacia tecnologica, può portare all’incomunicabilità causata dalla diffidenza e dall’eccessivo flusso di informazioni, con la conseguente perdita della capacità di ascolto e di silenzio. Da qui parte Gennaro Cicchese, nel suo splendido libro Incontro a te, edito da Città Nuova, per rivalutare il silenzio, senza il quale la parola non sarebbe autentica. Un silenzio che non è assenza di parola e di pensiero, ma vuoto pieno, ascolto attivo, in grado di accogliere il pensiero dell’interlocutore e restituirlo arricchito del contributo reciproco.
Nel vero dialogo, infatti, la parola è tale quando incontra un “tu”, mentre il pensiero non espresso in una relazione si perde. Il compito della parola è allora quello di svelare il mistero del silenzio da cui essa scaturisce e il senso del comunicare è concentrarsi sul “tu” dell’interlocutore, senza paura di perdere la propria identità, per accogliere quella dell’altro con una sospensione del giudizio. Questo processo, che richiede una “morte a sé” reciproca, facilita la comprensione, è «la fusione di due orizzonti che si ritengono indipendenti tra di loro».

Verso la fine del libro si approfondisce il concetto di relazione dal punto di vista antropologico, dove diventa centrale la struttura della reciprocità come categoria umana e divina, in riferimento alla relazione tra le persone della Trinità. Se è vero, infatti, che la parola diventa tale solo nell’accoglienza da parte di un “tu svuotato”, è anche vero, secondo il teologo Zanghì, che quando il pensiero altrui viene accolto come dono, «come pensiero che dona il pensiero», si crea la reciprocità, la comunione.
Se oggi siamo in una società che esalta il culto dell’ego e del non ascolto, con questa nuova interpretazione e pratica della comunicazione, l’essere umano diventa dialogo in quanto essere che vive in relazione ed è capace di comunione con gli altri, ricostruendo la tanto ricercata e ormai quasi scomparsa comunità.

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