Inclassificabili cristiani!

Prendere posizione non significa essere di parte. Bisogna testimoniare il Vangelo non cedendo a gossip e giustizialismi. Il Paese ce lo chiede          
Bandiera italiana umana
Ermanno Olmi, presentando il suo ultimo lavoro al Festival di Venezia, ha lanciato un sasso nello stagno, invitando «i cattolici a essere più cristiani». Una provocazione. Contemporaneamente i giornali più diffusi scrutano il sentire del mondo cattolico sul futuro della politica nostrana: il Corriere della Sera arriva a dedicargli quattro pagine. Partendo dal Meeting di Rimini di Cl, per passare agli appuntamenti di Acli, Rinnovamento e Fuci, fermandosi per il Congresso eucaristico di Ancona, per finire con LoppianoLab dei Focolari, ai giornalisti delle grandi testate sembra che un insolito attivismo stia animando il mondo cattolico. In realtà questi appuntamenti esistono da tempo, ed esso non ha mai cessato di pensare e proporre soluzioni per i problemi dell’Italia. Solo che nessuno se ne accorgeva o, per dirla tutta, queste voci erano volutamente “silenziate” per non risultare rilevanti nel dibattito pubblico.

 

Si cerca di classificarli i cattolici: spiritualistici, attivisti, dialoganti, valoriali, post-popolari, cripto-democratici: i neologismi si sprecano e cambiano, a testimonianza di un’indubbia difficoltà a classificarli. Talvolta ci si riesce: in fondo il nostro mondo cattolico è conformato sulle aspirazioni, la storia e la geografia politica degli italiani e quindi si tende a inscatolarlo secondo le categorie in cui solitamente si dividono gli abitanti del Bel Paese. Ma non sempre ci si riesce, perché i cattolici sono parte del cristianesimo che sfugge per sua natura a ogni catalogazione: spariglia le carte della classificazione destra/sinistra o progressisti/conservatori, introduce riferimenti di giustizia nella sua cultura della vita e nell’impegno sociale inserisce indicazioni spirituali. Il cristiano, come si legge nella Lettera a Diogneto, testo del II secolo, è inafferrabile. Infatti, «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. (…) L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. (…) Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare».

 

Ovviamente il cristiano si radica nel suo territorio («che non è lecito abbandonare»), anzi si “fa uno” con le aspirazioni del proprio popolo, ne accompagna i travagli, ne assorbe la storia per trasfigurarla. In questo senso i cristiani che vivono in Italia sono al 97 per cento cattolici, nella tensione a incarnare qui ed ora il messaggio evangelico. Qualora il cattolico cessasse di essere cristiano, cioè di leggere il Vangelo e ispirare alle sue pagine la propria azione e il proprio pensiero, ecco che ridurrebbe la sua fede a poca cosa, tarpando le ali del suo afflato universale, quello veramente “cattolico” secondo l’etimologia greca. E allora diventerebbe classificabile!

 

Una lettrice scriveva domenica 18 settembre a la Repubblica, a proposito delle telefonate hard del premier: «Dove sono i cattolici? Come fanno i vescovi, i cardinali, i focolarini, tutte le associazioni cattoliche ad accettare questa situazione e a non alzare forte la voce?». Una lettera appassionata, che forse è proprio un frutto della difficile classificabilità dei cristiani. Per quanto riguarda noi di Città Nuova, possiamo dire che le prese di posizione ci sono state, e l’archivio del nostro sito lo testimonia. Ma sono state fatte in spirito evangelico, nella discrezione che invita a togliere prima la trave dal proprio occhio, che intende condannare il peccato e non il peccatore, che non cerca il gossip ma la vera dirittura etica. Inoltre, mai abbiamo potuto dimenticare il nostro “pluralismo”, che fa sì che tra i nostri lettori ci siano persone di destra e di sinistra: la speranza di dialogo che ci anima ci guida anche nelle prese di posizione.

 

Insomma, la sfida è aperta per noi cattolici italiani: dimostrare di essere cristiani. E quindi inclassificabili. Ma classificatissimi nell’impegno per il bene comune, anche nell’attuale fase di transizione.

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