Incinta in Parlamento

La nascita di un figlio durante il secondo mandato da parlamentare e i viaggi da Trento a Roma. La politica vissuta come impegno, fatta di preparazione, serietà e dialogo
Montecitorio

La polemica attorno alla maternità di Giorgia Meloni mi riporta indietro, ad un paio di decenni fa. Ero in Parlamento e con Paolo, mio marito, si è ricreato ancora una volta quel magico, inspiegabile momento in cui una famiglia capisce che è arrivato il momento di aprirsi ad una nuova vita.

 

Due anni prima avevamo detto di sì alla richiesta di candidatura per le elezioni nazionali che mi era arrivata. Pur avendo già tre figli, rimaneva ancora intatta la voglia, coltivata fin da fidanzati, di rimanere aperti all’impegno verso la nostra gente, decisi a lasciare un segno. Assieme, abbiamo affrontato ogni settimana la mia ‘sparizione’ da casa per 3 giorni perché impegnata nei lavori parlamentari. Adesso eravamo alla seconda legislatura e ancora una volta abbiamo deciso per il sì, l’avventura del quarto figlio.

 

Quante volte ho dovuto difendere quella mia (nostra) decisione, davanti ai colleghi, davanti a chi mi aveva sostenuto in campagna elettorale, davanti agli antagonisti che individuavano nella accettazione della gravidanza un chiaro segno di calo di tensione. «È incinta, quindi evidentemente non le interessa continuare e rafforzare il suo impegno politico…».

 

Mi sono ritrovata ancora una volta, come capita spesso a noi donne, a dover conciliare, conciliare prima di tutto dentro di me, poi fuori di me, conciliare nella vita quotidiana come nelle scelte strategiche.

 

Con la mia generazione è finito un tipo di donna che fino allora era stato quasi esclusivamente il cliché femminile in politica. Si trattava di donne coraggiose, decise, ma che, quasi per scusarsi del loro impegno ritenuto solo maschile, erano visibilmente poco curanti del loro aspetto e della loro femminilità, sposate solo al loro impegno.

 

Essere incinta ha portato delle ricadute dentro la politica, con effetti positivi per tutti: la richiesta di tempi certi e ordini del giorno pensati nelle riunioni; la necessaria scelta tra gli impegni quotidiani, niente inutili passerelle. È poi stata fonte d’ispirazione diretta per un emendamento sui seggiolini obbligatori in macchina.

 

Certo non è stato tutto semplice. Lasciare spesso mio figlio al papà coadiuvato dai nonni, per i numerosi impegni istituzionali, non è stata una passeggiata, ma la coscienza di avere delle idee da portare avanti per cui lottare e dei talenti da mettere a frutto dentro e per la società mi ha dato la forza di “tenere la piega”. Condizione per me necessaria è stata sempre la condivisione con mio marito e con i fratellini.

 

E con lui, il figlio “del Parlamento”? Con Lorenzo il rapporto è sempre stato molto particolare; quelle corse all’aereo, quelle intense ore di lavoro personale e di conferenze pubbliche fatte assieme, mentre lui cresceva dentro di me – ho lavorato fino a quindici giorni prima di partorire – hanno reso il nostro capirci un po’ particolare ancora adesso. E chissà che la sua spiccata sensibilità sociale non gli provenga anche dall’aver dovuto condividere da subito spazi ed energie con ‘gli altri’…

 

Credo quindi che la Meloni debba candidarsi se ritiene di avere le idee giuste per la sua città, e, di più, fare della sua maternità un incentivo ed un’ispirazione per dare un balzo in avanti alla qualità della politica, anche in fatto di partecipazione femminile.

 

La politica, non dimentichiamo, è un nome di genere femminile, più un’arte che una scienza da laboratorio, e presuppone preparazione, serietà e dialogo, tutte qualità che si possono vivere benissimo – forse meglio? – con un bimbo che cresce dentro di noi. Parola di chi l’ha vissuto.

 

In fondo la vita, e così anche la politica, se vissuta fino in fondo, è sempre un’avventura sul confine sottile e a volte indistinguibile tra coraggio ed incoscienza!

 

Leggi anche Donne in politica, le giuste misure di Elena Granata.

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