In viaggio… su una comoda poltrona

Aveva undici anni allora, Jules. E l’attrattiva per le terre misteriose che stanno al di là dell’oceano, la voglia d’avventura, di sfidare tempeste, mostri marini e approdare su isole misteriose, gli gorgogliava proprio nelle vene. Non lo lasciava dormire. Così, quatto quatto, una mattina presto, invece d’andare a scuola, si diresse verso il porto. Aveva preparato bene la fuga, tutto sistemato da giorni. E nessuno aveva parlato. S’era messo d’accordo con quel capitano, che col suo tre alberi era diretto in India. India! E la fantasia già lavorava… Ovviamente doveva fare il mozzo, ma che importa! La nave salpò. Ma i genitori non avevano gradito la bravata di Jules. Suo padre si mise in viaggio e raggiunse il tre alberi al primo scalo. Prese per l’orecchie l’intraprendente mozzo e lo riportò a casa. Una buona dose di scapaccioni, e tre giorni a pane e acqua. La mamma, che pur capiva il suo desiderio d’avventura, non aveva condiviso la sua fuga: Promettimi che d’ora in poi studierai e viaggerai solo in sogno, gli disse. Il piccolo Jules promise. E si mise a studiare. Ma era in perenne contrasto col padre, procuratore legale di successo, che voleva per lui la carriera di avvocato, mentre Jules preferiva dar voce alla sua passione letteraria. Senza troppa convinzione, partì così per la capitale francese, per portare a termine gli studi legali. Ma a Parigi si diffondevano le notizie sulle ascensioni in pallone dei primi aeronauti. A Parigi ascoltava i racconti di Arago, un audace viaggiatore reduce dal giro del mondo, e la sua mente fantasticava. Appassionato delle innovazioni tecnologiche, passava intere giornate alla Bibliothèque Nationale a raccogliere appunti su problemi scientifici e storici d’attualità. Conobbe il celebre fotografo Nadar. Conobbe Victor Hugo, Alexandre Dumas. Cominciò ad intraprendere l’attività letteraria, scrivendo un po’ per il teatro. Ma senza successo. Poi la rottura con il padre. Che, ormai anziano, gli offrì di occuparsi del ben avviato studio legale. Lui rifiutò e abbandonò per sempre la carriera giuridica. Le cose però non gli andavano bene con la narrativa. Pressato da esigenze economiche, dovette trovare lavoro presso un agente di cambio, anche perché nel frattempo s’era sposato con Honorine, una vedova con due figli. Nel tempo libero, leggeva Edgar Allan Poe e s’appassionò di quelle opere. Imitandolo, cominciò a scrivere racconti di fantasia. Scattò subito la scintilla dell’ispirazione. Aveva trovato la sua strada! Confidò così a sua madre: Forse è venuta l’ora di viaggiare in sogno, come ti avevo promesso. In un romanzo scritto molti anni più tardi, I figli del capitano Grant, Verne descrive un personaggio, un certo Paganel: un imperturbabile geografo, tanto immerso nei suoi pensieri da essere praticamente insensibile a qualunque turbamento esterno. Questo Paganel afferma ad un certo punto del racconto d’aver passato la Cordigliera delle Ande. Su un mulo?, gli chiedono gli ascoltatori. No, su una comoda poltrona, risponde distrattamente Paganel. Anche Verne, come l’immaginario Paganel, come i reali Salgari, Kipling, dal giorno in cui ebbe la folgorante ispirazione costruì i suoi mondi viaggiando comodamente nella poltrona della biblioteca, senza mai visitarli fisicamente. In questo, ascoltò certamente il consiglio di sua madre. Sulla scia dell’ispirazione del nuovo genere letterario per cui si sentiva portato, Verne scrisse il romanzo Cinque settimane in pallone. Si apriva così la grandiosa serie dei Viaggi straordinari: quasi ottanta tra romanzi e racconti che, secondo l’autore, avrebbero dovuto riassumere tutte le conoscenze geografiche, geologiche, fisiche e astronomiche, accumulate dalla scienza moderna e di riscrivere, in modo attraente e pittoresco (…) la storia dell’Universo. L’editore Hetzel ebbe fiducia in lui e pubblicò le sue opere. Il successo fu clamoroso. In breve tempo Verne fu libero da qualsiasi preoccupazione economica e abbandonò l’impiego di agente di cambio. Divenne l’autore più tradotto e più pagato dell’epoca. Col successo, si tolse pure qualche sfizio: acquistò il sontuoso yacth Saint-Michel III, sul quale avrebbe lavorato in piena tranquillità e compiuto numerosi viaggi intorno al mondo. Approdò anche in Italia, dove fu ricevuto dal pontefice di allora, Leone XIII. Intanto iniziavano a piovere i premi letterari; gli venne conferita la Legione d’Onore e venne nominato presidente dell’Accademia delle Scienze delle Lettere e delle Arti. La Francia ora celebra il suo genio e ha proclamato il 2005 anno di Verne in onore del grande scrittore morto un secolo fa. Il centenario, con un programma di circa centoventi eventi, sarà celebrato soprattutto a Nantes, città dove Verne è nato, e ad Amiens, dove è morto e dove verrà inaugurato un monumento al capitano Nemo. I suoi romanzi hanno affascinato intere generazioni di ragazzi. E continuano a farlo. La sua opera più celebre, Ventimila leghe sotto i mari, rimarrà un pilastro nella storia della letteratura sia per l’invenzione del battello ad immersione, Nautilus, sia per il personaggio enigmatico e romantico del capitano Nemo, che insegue caparbiamente un suo ideale di giustizia. Verne viene considerato uno dei padri della fantascienza, assieme al contemporaneo Herbert Wells. Ma a lui il termine fantascienza non andava a genio. È vero che egli, fantasticando, descrisse il futuro. Immaginò gli elicotteri e i satelliti artificiali, nel 1886, nel romanzo Robur il conquistatore. Nelle Avventure della missione Barsac predisse i missili teleguidati. Nel 1899 creò una specie di televisione per gli ospiti del Castello dei Carpazi. Anticipò carri armati, sottomarini elettrici, astronavi e anche una sorta di bomba atomica. Parlò della circumnavigazione della Luna un secolo prima dello sbarco di Armstrong. Ma Verne non aveva una passione gratuita per l’avventura. Amava il rigore scientifico, che per lui coincideva con il gusto per l’esotico. I suoi viaggi, più che in uno spazio geografico, si muovono in quello del sapere: il viaggiatore normalmente è guidato da uno scienziato, o è scienziato egli stesso. Verne non inventava mai a caso, ma si basava sui dati scientifici che raccoglieva scrupolosamente nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Non amava quindi essere considerato un autore di fantascienza: diceva che la sua inventiva consisteva nell’aver previsto su larga scala invenzioni di cui già esistevano gli elementi. Soleva ripetere che i suoi macchinari si basavano su nozioni già acquisite dalla scienza e su calcoli facilmente prevedibili. Gli ultimi anni della vita di Verne, furono segnati dalla sofferenza. Tanto che lo stesso autore li definì la serie nera della mia vita. Il nipote Gaston, per ragioni misteriose, lo ferisce al piede con due colpi di pistola, costringendolo all’invalidità. Muoiono l’affezionato editore Hetzel, che egli considerava come un padre, muore una donna da lui segretamente amata, muore la madre. In difficoltà economiche, è costretto a svendere l’amato yacth. Come reazione a queste sciagure, sul piano letterario, perde in inventiva ed originalità. La sua visione, notoriamente ottimista, si fa più cupa: inizia a parlare della perversione della scienza, dei suoi pericoli. Muore colpito da paralisi, quasi cieco per la cataratta e sofferente di diabete. Un detto ebraico ammonisce di non guardare mai un uomo nel momento della sua sofferenza. La sofferenza, se in certe occasioni è fonte di conoscenza, altre volte può ottenebrare la luce della prima, autentica, ispirazione. Ma a noi piace ricordare Verne nel momento della sua luce, e per la luce che ha dato a tanti ragazzi del mondo. Ci piace ricordarlo per le sue parche dichiarazioni, alcune provocatorie e incomprensibili come un detto zen: Alcune strade portano più a un destino, che a una destinazione. Ma soprattutto per i suoi grandi racconti, con i quali continua a comunicare l’incredibile fiducia dei suoi contemporanei nel progresso scientifico e tecnologico, e la speranza che gli uomini si serviranno delle conquiste scientifiche solo per il bene dell’umanità. Jean-Jules Verne nasce nel 1828 a Nantes e muore ad Amiens nel 1905 (sopra: un suo ritratto del 1896). Autore di circa ottanta tra romanzi e racconti, le sue opere più famose sono: Dalla Terra alla luna (1863), Viaggio al centro della terra (1864), I figli del capitano Grant (1868), Ventimila leghe sotto i mari (1870), Il giro del mondo in ottanta giorni (1872), Un capitano di quindici anni (sotto: la copertina dell’edizione Hetzel del romanzo), L’isola misteriosa (1874), I 500 milioni della Bégum (1879), Michele Strogoff, Mathias Sandorf (1885), Il castello dei Carpazi (1892). Molti suoi racconti hanno ispirato opere cinematografiche.

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