In scena la famiglia

Lecce, IX festival del Cinema europeo. Guardano alla famiglia, i giovani registi. Ne scandagliano traumi, debolezze, le speranze: in tempi di guerra, di pace provvisoria o di ingannevole benessere. Nell’intenso, teatrale L’estate d’inverno, del ventunenne milanese Davide Sibaldi, sarà un colloquio fra un giovane e una prostituta a tentare di riannodare legami familiari dolorosi, dando vigore a due vite in bilico; nell’estone Magnus – dolente come pochi, dalla splendida fotografia -, il ragazzo sensibile, rifiutato dalla madre, cercherà nella morte una forma, paradossale, di appagamento vitale. Ed è ancora la morte, voluta, a chiudere la vita di Afrodita, la più giovane di tre sorelle orfane, bella e vitale, in una Macedonia devastata dal conflitto e brutalizzata dall’industrializzazione: la ragazza cerca nel sogno di un amore impossibile, la propria felicità. Ma la ricerca brucia come la casa e come la sorella, presso cui si lascia mori re (I am from Titov Veles, Premio speciale della giuria e Premio per il miglior attore europeo alla protagonista, dolce e toccante, Labina Mitevska). La morte diventa porta di fuga dal dolore, filo rosso sotteso alle opere di questi giovani autori: estoni, tedeschi, macedoni, russi, spagnoli o francesi, tutti ne sentono la presenza all’interno di una vicenda familiare spesso scomposta. La vita appare come avvolta da una nebbia in cui a fatica ci si può anche, fortunatamente, ritrovare. Accade in Nuage del francese Sebastien Betbeder. I boschi dei Pirenei sono lo sfondo di una storia dove marito e moglie si rivedono, e due ragazzi trovano l’amore, passando attraverso l’angoscia della caligine che non è solo fisica ma spirituale, per recuperare speranza. E Speranza (Hope, Miglior film premiato da Fipresci) è il titolo dell’opera del polacco Stanislaw Mucha, su un giovane che scopre casualmente un furto d’arte e, dopo lunghe esitazioni e pressioni dell’ambiente, fa vincere in lui la coscienza e non cede alla menzogna. Complesso è lo spagnolo Pudor, vincitore dell’Ulivo d’oro. Una famiglia in cui tutti soffrono le difficoltà del vivere, piccoli o grandi, in un’aria surreale di non detto che rende pesanti i rapporti, inquiete le solitudini. C’è paura, quasi di esistere. I due fratelli registi, David e Tristàn Ulloa descrivono questa famiglia, specchio, per loro, di tante convivenze del mondo europeo. Ma non sfociano nel melodramma, bensì in una pietà commossa. La stessa che anima i film interpretati o diretti dal pugliese Michele Placido e dal russo Nikita Mikhalkov, cui sono state dedicate due retrospettive, con la presenza di giovani attori di sicuro talento come Jasmine Trinca, Elena Bouryka e Michele Venitucci, forte protagonista di Fuori dalla corde di Fulvio Bernasconi. A riprova che questa terra e questo Festival sanno valorizzare i talenti delle giovani leve del cinema nostrano ed europeo.

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