In ricordo di Giulio, che non si è arreso al male

Il giovane ricercatore friulano si occupava di conflitti, in special modo dei movimenti di opposizione in Egitto. L’opinione di una nostra collaboratrice su una vicenda ancora tutta da chiarire
Giulio Regeni

Giulio Regeni va ricordato come una persona speciale. Uno di quegli studiosi che restituiscono valore e dignità alla ricerca universitaria. Friulano di nascita, dottorando alla Cambridge University, dopo una laurea conseguita a Oxford, aveva iniziato a occuparsi di conflitti, e in particolare dei movimenti di opposizione in Egitto.

 

Mi pare di sentirla quell’energia vitale che lo animava nella vita e negli studi. Perché ci sono tanti modi per un giovane brillante di fare ricerca in università. Ce n’é uno comodo, spesso apprezzato dai quadri accademici, che attinge alla letteratura, agli articoli e alle fonti di seconda mano. Si alimenta di indici bibliometrici e articoli di fascia A, pensando che fare ricerca sia stare chiusi dentro comunità scientifiche stagne e ben al riparo dalle contraddizioni del mondo.

 

E poi c’è quello di Giulio e di tantissimi altri giovani studiosi che si muovono, vanno a vedere, si dedicano con impegno all’inchiesta sociale, uno dei modi più generosi di fare ricerca. Incontrano persone, imparano lingue, si misurano con il male del mondo senza mediazioni. Sì, talvolta rischiano e osano. Come Giulio che ha pagato con la vita il suo amore per la ricerca e per la verità, il suo impegno civile e la sua fretta di capire il nostro tempo. Gli amici lo descrivono come capace di grandi slanci e di profonda amicizia, precoce nella sua vocazione alla vita pubblica, tanto che da ragazzino era stato il Sindaco dei ragazzi della sua città, preparatissimo e motivato.

 

La sua morte, straziante e ingiusta, ci apre gli occhi sulla sofferenza di tante persone che in Egitto si misurano con la violenza e la restrizione dei diritti umani. Tanto che Giulio aveva deciso di dedicare a loro il proprio tempo e il proprio report di ricerca, che pubblicava in forma sintetica e sotto pseudonimo per il Manifesto.

 

La famiglia e l’intera comunità civile, e l’Università tra i primi, attendono la verità sulla sua morte, una verità che non può essere mitigata da alcuna ragione di stato o economica o politica. Chi lo ha ucciso? Chi lo ha così disumanamente torturato? Nel 1927 agli albori del nazismo, Julien Benda, scrittore ebreo francese, scriveva a proposito degli uomini di studio: «La legge del chierico impone quando l'intero universo si genuflette davanti all’ingiusto divenuto padrone del mondo, di restare in piedi e opporvisi con la coscienza umana».

 

Giulio non ha piegato il ginocchio di fronte al male, l’Università (la comunità scientifica non ha confini nazionali…) non può che rendere onore al coraggio di questo suo giovane studioso.

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