In montagna ti rapirò

L'estate di 60 anni fa fu determinante per gli sviluppi dei Focolari. Assieme alle successive, che videro fiorire, all'ombra delle Dolomiti, le prime Mariapoli.
Cimon della pala
Nella primavera del 1949 Chiara Lubich è reduce da un periodo densissimo di incontri in cui non s’è risparmiata per diffondere l’ideale dell’unità in ogni ambiente della capitale. Si sono così avvicinati parlamentari, personalità dell’ambito ecclesiale e persone d’ogni stato sociale.

Instancabile, Chiara si è spostata da un punto all’altro di Roma parlando fino a quattordici ore al giorno, incontrando gruppi anche di duecento persone e mantenendo poi contatti epistolari. A fine maggio, però, avvertendo consumate tutte le sue energie, è dovuta ricorrere ad un medico, che le ha consigliato almeno due mesi di assoluto riposo in montagna.

 

Primiero

 

Siamo ai primi di luglio. Assieme ad alcune sue compagne, Chiara lascia Roma per Trento: andranno a riposare nella valle di Primiero, a circa 100 chilometri dal capoluogo trentino. La località scelta è Tonadico, dove una di loro, Lia Brunet, ha ereditato da una zia una rustica baita di montagna. Igino Giordani la descrive «composta d’un fienile superiore, cui s’accedeva con una scala di legno dal piano terra, composto di una stanza con piccola cucina. Sopra si sistemarono alcune brande e un armadio tirato su con una carrucola: e fu il loro dormitorio».

Con quale animo arrivano a Tonadico? Da sei anni sono impegnate a vivere il Vangelo “alla lettera”, Parola per Parola, comunicandosi le relative esperienze, per assimilare il modo di pensare, amare e agire di Gesù. Gli effetti di questa pratica, vissuta nell’ebbrezza di continue scoperte, «erano pressoché uguali – dirà Chiara –, come se la sostanza di ogni Parola fosse amore». Un caso a sé è quella scelta per questo mese – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» –, che cade come benzina sul fuoco. Gesù nel suo abbandono, infatti, dove si rivela amore e dolore insieme, le appare come non mai la sintesi di ogni sua Parola.

Non solo: Chiara viene marchiata da un’esperienza insolita: «Vedevo le cose, i fiumi, le piante, i prati, le erbe, fra loro legati da un legame d’amore nel quale ognuno aveva un perché d’amore verso gli altri». In tutto lei scopre dei significati reconditi, dei tocchi dell’amore di Dio: perfino nella réclame di In montagna ti rapirò, uno dei tanti film musicali americani in voga in questi anni. Dio, del resto, secondo la tradizione biblica, non è solito manifestarsi appunto sopra un monte?

Albina Zeni, che gestisce un negozio di alimentari, le ricorderà così: «Ogni giorno le osservavo quando tornavano dalla messa. Erano così raccolte, così unite, che il loro atteggiamento mi incuriosiva sempre più… Ascoltavano una ragazza che stava in mezzo a loro (dopo ho saputo che era Chiara) e pensavo: cosa avranno di importante da dirsi?».

 

Giordani

 

L’arrivo il 15 luglio di Giordani, chiamato familiarmente Foco (andrà ad alloggiare a Fiera di Primiero, all’albergo Orsinger), si rivelerà determinante. Dopo l’incontro avuto con Chiara nel settembre 1948 in Parlamento, lo scrittore e deputato tiburtino non l’ha più persa di vista e, riconoscendo nella giovane trentina la guida spirituale che ha sempre cercato, si è fatto suo “figlio”, lui che coi suoi 53 anni potrebbe esserle padre.

Dal canto suo, in Giordani Chiara ha trovato un’anima grande, capace di starle “di fronte”, sì da comprendere come nessun altro la novità del carisma elargitole. «Io sentivo l’esigenza – preciserà Chiara – che qualcuno capisse quello che noi adesso riteniamo un dono di Dio per l’umanità».

Per l’intensa vita spirituale degli ultimi anni, finora lei ha avuto l’impressione di salire, salire, salire con l’anima… come lungo un raggio che va a finire dritto nel sole. E proprio l’immagine del sole (Dio) e dei raggi (la volontà di Dio su ciascuno) le è servita per descrivere il cammino di chi segue questa spiritualità per la quale si va a Dio insieme ad altri fratelli, fino a incontrarsi come raggi che s’inabissano nel sole. Ora due di questi raggi, per così dire, Chiara e Foco, stanno convergendo a Tonadico, con conseguenze imprevedibili.

 

Il “patto”

 

«Senti, Chiara – esordisce lui – , siccome ho deciso di farmi santo ed ho l’impressione che per raggiungere la santità Dio voglia che segua te, io vorrei farti voto di obbedienza, “legarmi corto” come dice santa Caterina».

Chiara rimane perplessa, tanto l’idea di un voto del genere fatto a lei le risulta estranea. Il suo ideale non è che “due” siano uno, ma che “tutti” lo siano. E gli propone piuttosto un “patto d’unità”, nel senso che alla prossima comunione eucaristica sul loro nulla Gesù stesso in lei patteggi unità con Gesù in lui.

La mattina dopo, nella chiesa dei cappuccini a Fiera, si realizza questo singolare patto. Finita la messa, mentre Giordani va a tenere una conferenza dai frati nell’attiguo convento, Chiara, già uscita dalla chiesa ora deserta, sente l’impulso a ritornarvi per sostare davanti al tabernacolo. Sta per dire “Gesù”, ma le è impossibile. «Non riuscivo a pronunciare la parola: “Gesù”, perché sarebbe stato invocare qualcuno che avvertivo immedesimato con me, colui che io in quel momento ero.

«Provai l’ebbrezza d’essere in vetta alla piramide di tutta la creazione come su una punta di spillo», ma nel tormento di essere sola, senza possibilità di comunicare. «E in quell’istante mi fiorì sulle labbra la parola “Padre” e ritrovai la comunione in mezzo allo stupore ed alla gioia». Con gli occhi dell’anima «mi vidi nel seno del Padre come l’interno d’un sole tutto oro o fiamma d’oro, infinito, ma che non sgomentava».

Scossa da quanto accaduto, mentre Giordani esce dalla conferenza, Chiara gli va incontro: «Sai cosa m’è successo? Vieni che ti racconto…». E lo conduce all’aperto, là dove scorre il torrente Canali, a sedere con lei su una panchina.

Appena a casa, condivide quanto ha “visto” anche con le compagne, con una tale intensità di partecipazione da farglielo quasi vedere con i propri occhi. È solo l’inizio di una serie di “visioni intellettuali”, per dirla col linguaggio della mistica, attraverso cui lei sperimenta la partecipazione alla vita trinitaria data al cristiano per il battesimo e l’Eucaristia.

Mentre Giordani parte (tornerà forse altre due volte, approfittando dei suoi viaggi di lavoro), Chiara invita le altre a formulare l’indomani, a messa, lo stesso patto stretto tra loro due. Al momento poi della comune meditazione serale in chiesa, dovranno pensare a niente, essere anch’esse un calice vuoto perché Dio possa manifestare, per suo tramite, ciò che egli va operando nell’Eucaristia ricevuta: ed è quanto puntualmente avviene.

Per giorni e giorni si susseguono nuove “realtà” (così Chiara le chiama), sempre più incalzanti: dapprima le si presenta il Verbo, che è l’amore del Padre, l’espressione del Padre dentro di sé (e in lui contemplerà dopo tutta la creazione); poi Maria, lo Spirito Santo, e via via altre visioni intellettuali, ciascuna delle quali ricapitola in sé le altre.

 

I testimoni

 

Non sta a me entrare in merito a questa esperienza illuminativa che ricorda quella di altri mistici, oggi oggetto di studio da parte della Scuola Abbà. Non vorrei tralasciare, tuttavia, qualche riflessione al riguardo di Piero Coda in un articolo apparso su Nuova Umanità: «Se il discepolo vive la fede in un cammino prevalentemente individuale, certamente è già in Cristo risorto, ma difficilmente – se non per una grazia particolare e in qualche momento della vita soltanto – gli è dato di sperimentarlo quaggiù. Se invece vive l’unità con i fratelli in Gesù, allora la realtà del Cielo in cui il Signore ci ha già portati con sé diventa in certa misura sperimentabile nella quotidianità della vita».

E Giordani, durante le sue puntate nella valle di Primiero? Racconta Vale Ronchetti: «Era incantato come noi e più di noi nel vedere gli effetti della luce di Chiara su queste ragazze ingenue e inesperte nel campo spirituale quali eravamo noi. Il suo stupore era dovuto anche alla costatazione che certi doni mistici, che sembravano prerogativa di singoli individui, qui coinvolgevano più persone in comunione fra loro».

Qualche altra pennellata sull’estate ‘49 la dà Marco Tecilla, che con Aldo Stedile aveva iniziato a Trento l’esperienza del primo focolare maschile. Entrambi, non avendo ferie nel periodo in cui Chiara e le altre riposano, devono accontentarsi di passare a Tonadico alcune domeniche: «Ogni volta che da lassù si tornava a Trento, si aveva la sensazione di scendere da un’altissima montagna avvolta di luce. L’anima era talmente imbevuta di soprannaturale che a malapena si riusciva a “rientrare” nella vita normale, quotidiana».

Verso la fine di agosto, da “baita Paradiso” (come ormai sarà nota) la contemplazione continua alla periferia di Trento, in un’altra casetta presa in affitto. Ecco la testimonianza di Giordani, che scrive di sé in terza persona: «Foco, risalendo, per l’ultima volta, in settembre, in Trentino, trovò Chiara così assorta in Dio, così raccolta nella sua vita interiore, che si spaventò per la sua salute. Si fece coraggio e le disse: “Chiara, scusa se ti parlo come uno che non sa distaccarsi dalla terra. Tu hai una famiglia, una famiglia che ha da fare sulla terra, penando e lottando, per la gloria di Dio. Non puoi abbandonarla. Non ci hai insegnato, quale supremo amore, Gesù abbandonato? Ora, per lui e con lui, abbandona Dio per Iddio, il Paradiso per la terra, dove puoi avviare tante anime al Cielo”.

«Chiara ascoltò con serietà. Angosciata scoppiò a piangere: “Devo dunque abbandonare il Paradiso?”. ”Sì, Chiara: questo ti chiedono i tuoi figli in terra”. E poiché era sempre pronta a sacrificarsi per il fratello, così fece».

È allora che Chiara scrive – continua Giordani – «quella dichiarazione d’amore, che è un po’ la magna charta dei focolarini, la quintessenza della loro spiritualità». È il 20 settembre 1949, e quel noto testo inizia così: «Ho un solo sposo sulla terra: Gesù abbandonato…».

 

Le tre comunioni

 

Come può – anche chi non vi è stato presente – partecipare alla “grazia del ’49”, in modo che essa sia una realtà costante della propria vita di cristiani chiamati alla santità? Ogni volta che le verrà posta questa domanda, Chiara accennerà alle “tre comunioni” con Gesù Eucaristia, con la Parola e con il fratello che hanno caratterizzato quel periodo di luce. Grazie ad esse, se ben vissute, si produce fra chi le pratica – assicura lei – una unità straordinaria.

Tre comunioni che sono la radice anche di ulteriori sviluppi. Sì, perché a partire dall’estate 1950, per dieci anni, le montagne che vigilano la valle di Primiero faranno da cornice ad una esperienza assolutamente oltre le previsioni e le forze umane.

Convergono lassù, infatti, crescendo in numero di partecipanti e in ampiezza di testimonianza, persone d’ogni età, ceto sociale e vocazione. Sono credenti o in ricerca, cristiani anche di altre Chiese, o persone senza un riferimento religioso, che trovano o ritrovano un senso alla vita e incontrano un Dio amore, quasi percepibile con i sensi dell’anima.

L’esperienza del primitivo drappello si manifesta come città ideale in cui Maria è regina e unica legge è quella della fratellanza evangelica. Di qui il nome che definisce il programma di questa che tuttora è una delle manifestazioni più complete del Movimento dei focolari: Mariapoli, città di Maria. Quasi un piccolo Tabor dove ci si sente immersi – “rapiti” è il caso di dire – nello splendore del Regno, con l’esigenza poi di trasferirlo nel proprio ambiente.

Nel 1959 la Mariapoli raggiunge il massimo del suo splendore. Nell’arco di due mesi, oltre diecimila persone di ventisette nazioni, fra cui sacerdoti, religiosi e religiose di più di sessanta ordini e congregazioni, assieme a numerosi vescovi, danno alla Mariapoli un timbro di universalità, che il 22 agosto viene sancita dalla consacrazione ufficiale dei presenti, pronunciata in nove lingue, al Cuore immacolato di Maria.

È l’ultima Mariapoli unica: rinascerà, dopo qualche anno, moltiplicata  non solo in quelle sbocciate un po’ ovunque, in Italia e all’estero, adattando ad altri popoli e ad altre culture lo stesso cliché ideale, ma anche – e stavolta in maniera permanente – nelle originali cittadelle dei Focolari sorte negli ultimi decenni.

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