In Finanziaria ancora poca famiglia

Dov’è la famiglia? Si trova a pagina 89, ma non occupa l’intero spazio. È sistemata solo in un riquadro, ingentilito da un fondino verde chiaro.Niente di più, anche se il breve testo è sormontato da un titolo solenne: Obiettivi d’intervento per la famiglia. Sulle complessive 159 cartelle che compongono il Documento di programmazione economico-finanziaria, il cosiddetto Dpef, per il periodo 2007-2011, questo è il peso riservato dal governo alla cellula fondamentale della società. È un’inezia, in proporzione a tutte le altre tematiche affrontate estesamente. Solo a metà della pagina 139, nell’ambito delle Azioni principali da realizzare nel corso della legislatura, rispuntano qua e là ipotesi che hanno a che fare con il nucleo familiare. Ma l’argomento è già esaurito dopo un foglio e mezzo, con buona pace degli autori.Non certo delle famiglie. Per carità, nessuno si meraviglia. Né s’indigna. La famiglia è talmente abituata a venire poco considerata – perdonate l’eufemismo – dal governo di turno (al di là dei proclami elettorali), che risulterebbe sbalorditiva una maggiore attenzione. Non si può infatti non registrare che, dopo settimane di acceso dibattito sui tanti fronti della manovra finanziaria – e confronti con sindacati, imprenditori, enti locali – ben poco sia emerso in favore della famiglia. Tanto che, a pochi giorni dalla riunione del Consiglio dei ministri (il 29 settembre), che approverà la nuova legge finanziaria, siamo a conoscenza solo di ipotesi e indiscrezioni – non sappiamo quanto fondate -, uscite su qualche quotidiano. Per le famiglie italiane, le poche certezze restano le tasse, che pagano in misura analoga ai francesi, e più dei tedeschi, ma usufruiscono di minori servizi e di qualità peggiore. Resta il ridotto potere d’acquisto degli stipendi. E poi le taumaturgiche privatizzazioni nei vari settori, dall’energia alla telefonia, che avrebbero dovuto offrire innumerevoli benefici agli utenti, hanno prodotto nelle bollette costi superiori del 20 per cento rispetto agli altri paesi europei. Siamo un Paese in cui il 70 per cento dei giovani sta a casa con i genitori fino a 30 anni, ma permangono irrisorie le deduzioni fiscali per i figli. Se, infatti, un lavoratore con un reddito annuo di 25 mila euro spende per il mantenimento di due rampolli 16 mila euro, avrà un risparmio d’imposta di circa mille. Se la stessa cifra viene versata ad un partito politico, il risparmio sale a 3 mila euro. Sulla famiglia si stanno facendo solo ragionamenti di massima – precisa Giuseppe Barbaro, vicepresidente nazionale del Forum delle associazioni familiari -, ma misure specifiche non sono state ancora annunziate. Eppure, i vertici dell’organismo che raggruppa tre milioni di famiglie si sono già incontrati con il ministro Bindi. Abbiamo trovato – riferisce Barbaro – una persona disponibile ad ascoltare e a ragionare sui migliori percorsi da intraprendere. È emerso l’impegno a costituire un fondo specifico per le politiche familiari, ma aspettiamo di verificare che queste aperture si traducano in provvedimenti legislativi . Al Forum non mancano di realismo, perché sanno che le risorse pubbliche disponibili sono limitate. Sull’ipotizzato bonus per i nuovi nati, non sono invece d’accordo. Lo hanno detto al precedente governo, che ha disposto ed erogato l’assegno, e lo hanno già fatto presente all’esecutivo in carica. È un provvedimento di natura ancora assistenziale – sostiene Barbaro – e rivela il mancato riconoscimento del valore della famiglia e del ruolo che svolge come generatore ed educatore di nuovi cittadini. Ecco perché la richiesta avanzata al governo riguarda soprattutto misure fiscali. Da anni il Forum chiede un provvedimento che riconosca i carichi familiari, ovvero il peso economico dei figli e di eventuali persone non autosufficienti, i cui costi di mantenimento dovrebbero essere detratti dal reddito lordo, tecnicamente definito imponibile fiscale. Sono provvedimenti adottati da tempo in Francia, Germania e Austria, dov’è riconosciuto l’onere per i figli, perché il mantenimento e l’educazione dei nuovi cittadini non è considerato un fatto privato e rivela la funzione sociale svolta dalla famiglia. La Costituzione italiana sancisce che le tasse devono essere pagate in proporzione al reddito disponibile. Ma per le famiglie con figli – si chiedono tanti coniugi alle prese con un bilancio risicato -, il reddito davvero disponibile non è quello al netto delle spese per tirare su la prole? Valorizzare la famiglia è, oggi più che mai, un fatto culturale – chiarisce Ermes Rigon, presidente del Forum delle associazioni familiari dell’Emilia-Romagna -, e richiede un cambiamento di mentalità che ancora stenta ad attecchire nel mondo politico. Il mutamento è quasi una rivoluzione copernicana: da oggetto di assistenza e da polo di consumo, la famiglia deve essere considerata come soggetto sociale ed economico, con un autentico valore intrinseco. Vediamo di cosa sarà capace la politica in questa legislatura. Per un traguardo del genere, occorrono tappe obbligate. La prima è aiutare le giovani coppie a formarsi una famiglia, con un’attenzione ai problemi del lavoro e della casa. La seconda è rivedere il sistema fiscale. La terza riguarda i figli, da considerarsi non un bene privato, ma un bene sociale. Altro aspetto, strettamente connesso, è il sostegno da dare alla famiglia in modo che sia educante e torni a considerarsi primo luogo di formazione. Resta la scuola per eccellenza d’integrazione, di pluralismo, di reciprocità. E in tempi come i presenti diventa una funzione di alta valenza. Un’ulteriore priorità è dare stabilità alla famiglia. Anche a quelle dei separati risposati – precisa Rigon -, evitando che passino da una frantumazione all’altra. Una famiglia stabile arreca benessere alla società, perché ne assicura il futuro . Su questo sono convenuti anche i politici dell’Emilia-Romagna, presenti ad un apposito convegno del Forum regionale. Se nei luoghi della politica si svilupperà la consapevolezza della stabilità della famiglia quale bene maggiore per tutti, allora l’attenzione delle istituzioni verso i nuclei familiari potrà procedere su strade nuove. È una prospettiva incoraggiante, ma cosa si vedrà nella Finanziaria? Ci interessa – auspica Barbaro – che contenga segnali in questa direzione. Anche in fatto di fisco, basta incominciare da chi ha i carichi familiari più pesanti e poi allargare, anno dopo anno, la cerchia dei fruitori. SOSTEGNO ECONOMICO, FISCO E SERVIZI. MA UN PASSO ALLA VOLTA Il ministro Bindi Per me – esordisce il ministro per la Famiglia Rosy Bindi -, la prima politica per la famiglia italiana è ora la politica del lavoro. Non mi sottraggo alle mie responsabilità, ma è quanto mi aspetto dalla Finanziaria. Cosa intende più precisamente? Il provvedimento centrale sarà la diminuzione del costo del lavoro. Se la politica crea le condizioni per guardare al futuro con maggiore speranza, forse riusciamo a fare buone politiche per la famiglia. Penso all’importanza del lavoro delle donne. L’Italia è la dimostrazione evidente che il nemico della natalità non è il lavoro delle donne, ma lo stato d’incertezza e di precarietà. Quali sono le sue proposte per l’imminente Finanziaria? Trasferimenti di denaro, politiche fiscali e una rete di servizi per la famiglia . La più significativa? Quella che riguarda il trasferimento di denaro alle famiglie con figli. I tassi di denatalità dell’Italia debbono farci intervenire a sostegno delle famiglie con bambini come un vero e proprio investimento pubblico, potenziando la rete di asili nido, sia aziendali che territoriali, consentendo così alle madri di lavorare senza eccessivi stress. C’è una elevata domanda di asili. Ma questa misura non basta. Certo, occorre una politica di conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi della famiglia, allargando la possibilità di ricorso ai congedi parentali anche per i padri, e soprattutto una conciliazione dei tempi anche nella città, che riguardi gli orari dei negozi e delle scuole in una corresponsabilità tra istituzioni, aziende, imprese, enti locali e volontariato. Cosa devono pensare le famiglie numerose? Che sono una ricchezza per il nostro Paese. Nel 1961 erano tre milioni, ora sono 300 mila. Un segnale nei loro confronti deve essere dato. Che lo si faccia con le politiche regionali o locali, che lo si faccia con le politiche tariffarie, con gli assegni o con misure fiscali non importa, ma serve un segnale. Sostenere le famiglie numerose è un investimento non meno importante di quello tecnologico. Per le famiglie con persone non autosufficienti, la Finanziaria prevederà interventi? Oggi una famiglia su tre ha in casa un anziano o un disabile o un malato di mente, il che comporta costi sociali, psicologici, spirituali ed economici molto forti. Nel giro di dieci anni saranno interessate tutte le famiglie. Per questo motivo, sulla non autosufficienza dobbiamo avere il coraggio di fare un primo passo in Finanziaria. Sono d’accordo i sindacati e le diverse categorie economiche. Pensiamo all’istituzione di un fondo per la non autosufficienza. La Finanziaria terrà conto di tutti i fronti da lei citati? In maniera completa, no. Mi auguro che possa contenere un segnale significativo in tutti questi settori.

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