In fila per l’acqua

Continua la conta dei danni, sia in Pakistan che ad Haiti. Ma comincia lentamente la ricostruzione.
Pakistan
Immaginate una massa d’acqua grande quanto l’intera superficie della Gran Bretagna che si muove, senza che niente o nessuno possa arginarla, e avanza spazzando via intere province: abitazioni, persone, automezzi, campi, allevamenti. Pensate a fiumi che straripano, a famiglie che perdono tutto, a villaggi che si allagano o che vengono colpiti dalle frane e che a mesi di distanza sono ancora sommersi da acqua e fango, come nella provincia del Sindh.

Solo così, forse, si può riuscire ad immaginare l’immensa catastrofe che ha colpito questo Stato del subcontinente indiano, che durante il periodo dei monsoni è stato flagellato da gravissime alluvioni che hanno interessato 78 dei 121 distretti del Paese, con 14,1 milioni di persone coinvolte direttamente e altri 6,2 indirettamente, 1,1 milioni di case distrutte e 800 mila danneggiate.

 

E purtroppo, man mano che si analizzano i danni e si contano le perdite, ci si rende conto che si tratta di un disastro senza precedenti. È una delle situazioni più complesse che le organizzazioni umanitarie si siano mai trovate a fronteggiare. L’emergenza, adesso, è la semina. Considerando che più di 3,6 milioni di ettari di raccolti sono andati distrutti, se entro ottobre non si completerà il lavoro, si rischia una carestia che potrebbe perdurare fino al 2012. I più colpiti dall’alluvione sono stati i contadini e gli operai. Si soffre la fame e non mancano gli assalti armati ai camion e i saccheggi.

A Karachi, metropoli con 16 milioni di abitanti nel Sud del Paese, molte famiglie sono ammassate nei campi provvisori: tanti hanno ancora gli stessi abiti che indossavano al momento della fuga dalle loro case, e la loro sola speranza sono gli aiuti umanitari. Per strada regna spesso la violenza e alla popolazione si consiglia di non uscire dai luoghi di accoglienza. Nelle zone colpite serve di tutto: cibo, indumenti e medicine, ma soprattutto conforto.

 

Racconta un volontario, un lettore di Città Nuova, che ha visitato un campo di sei mila sfollati, dove anche solo per avere un po’ d’acqua bisogna affrontare file interminabili: «Le persone non sanno cosa fare. Sembra che la vita per loro si sia fermata. Fa impressione la loro capacità di affrontare le avversità, la loro pazienza. Anche se hanno perso tutto, non si ribellano, sembrano in pace, ringraziano Dio per essere vivi». Con l’inizio delle scuole, coloro che vivevano nelle aule sono stati spostati nelle tende per permettere ai bambini di seguire le lezioni: una soluzione che non sarà provvisoria, anche se l’inverno è alle porte e non ci sono abiti caldi, scarpe, materassi, coperte…

Non mancano però i segni di speranza. Tra coloro che hanno ricevuto gli aiuti – un esempio per tutti – c’è anche la piccola Mishma che, dopo essere rimasta ferita, era entrata in coma. A poco a poco, finalmente sta migliorando. Si trova nell’ospedale di Rawalpindi e ha cominciato a mangiare, anche se può assumere soltanto dei liquidi. Il grazie della sua famiglia, dal Pakistan rimbalza fino a noi.

 

Abbiamo dimenticato il Pakistan troppo in fretta, appena un paio di mesi dopo la catastrofe. E che dire allora della tragedia del terremoto di Haiti del gennaio 2010? Prima, nel 2004, c’era stato l’uragano Jeanne, che flagellò il piccolo Paese del Mar dei Carabi, finché, nel gennaio 2010, anche quel poco che era stato ricostruito è stato abbattuto dal violentissimo sisma. Ospedali, palazzi presidenziali, case di fango: poco rimane degli edifici della capitale, Port-au-Prince.

Ad Haiti, il Paese più povero delle Americhe, si vive ormai in un continuo stato di emergenza umanitaria, con tre milioni di persone colpite, oltre un terzo della popolazione totale, e più di 200 mila morti. Le priorità sono l’approvvigionamento di acqua e cibo. Si sta procedendo ancora all’installazione dei servizi, ma ci vorranno anni per poter ridare un ordine a quella parte del Paese così simile a un grande cumulo di macerie, in cui vivono, nella desolazione, migliaia di persone.

Anche qui si vive ancora accampati lungo le strade e chi può scappa in campagna, in cerca di speranza. La vita continua malgrado tutto, e si cerca la normalità. E così nelle tende si vive, nelle tende si sogna, nelle tende si piangono le persone perdute e nelle tende, da qualche settimana, tra mille difficoltà, i bambini hanno ricominciato a studiare. Le risorse a disposizione sono scarse: serve l’aiuto di tutti per ricostruire un tessuto economico e sociale ormai inesistente.

 

Per chi volesse contribuire per le emergenze ad Haiti e in Pakistan, consigliamo di contattare l’Amu, Associazione per un mondo unito.

Associazione “Azione per un mondo unito – Onlus”, via Frascati 342 – 00040 Rocca di Papa (Roma); C.F. 97043050588;

c/c postale n. 81065005;

c/c bancario presso Banca Popolare Etica codice IBAN: IT16 G050 1803 2000 0000 0120 434;

Causale: Emergenze

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