In dialogo con la luce

Finalmente in Italia l'opera di Edward Hopper, caposcuola del Realismo americano. Sensibile interprete della luce. Una rassegna a Milano, con tappe a Roma e a Losanna.
Mostre

Le stazioni di servizio e le case in campagna, gli uffici nelle piccole città e i bar di notte… L’America dal 1910 agli anni Sessanta è immortalata sulle tele di Edward Hopper (1882, Nyack – 1967, New York) con i suoi paesaggi e gli abitanti, presenze umane discrete. Niente di più lontano dai toni gridati e rampanti con cui tanta arte ha celebrato l’ascesa della civiltà americana, ma il pittore vuole mantenere l’autonomia del proprio profilo per tecnica, stile e per il particolare punto di vista. La personale vocazione al realismo non viene meno negli anni delle grandi avanguardie. Sempre fedele alla propria linea, riservato e un po’ scontroso, a disagio fra la gente e schivo rispetto ai giornalisti, Hopper viene pressoché ignorato.

Riemerge dall’indifferenza grazie al grande “Richiamo all’ordine” degli anni Venti che rigetta le esplosive astrazioni delle avanguardie in favore di un rinnovato apprezzamento dei ritmi classici e delle forme plastiche e solide. Eppure, parlare di realismo in senso stretto potrebbe risultare inappropriato nel caso di Hopper. La sua opera simpatizza più con la “messa in scena” di un set cinematografico che con la realtà nuda e cruda.

Tra i quadri di Hopper e la fotografia del cinema americano degli anni Venti si instaura uno scambio vicendevole e prolifico dal quale emerge, qualche anno più tardi, la simpatia fra Hitchcock e il nostro pittore. All’osservatore attento non sfuggono infatti le analogie fra i vari interni dipinti da Hopper, scrutati impudentemente dall’esterno, e le inquadrature del film La finestra sul cortile; così come la celebre casa di Psycho pare tirata fuori dalla tela House by the Railroad.

 

Lo sguardo apparentemente voyeuristico di Hopper rivela quindi una studiata messa in scena dove muri diafani e riflettenti restituiscono luci intense tagliate da ombre nettissime. Su questi fondali compaiono uomini e donne negli atteggiamenti più tipici e comuni, ma trasfigurati in immagini evocative e universali dove un qualsiasi uomo diventa l’uomo e ogni donna diventa la donna.

La banalità di un’azione quotidiana o di un paesaggio qualunque si ribalta in una denuncia: il silenzio che grava sull’immobilità delle cose e delle figure umane sospende il tran tran dell’esperienza abitudinaria per svelare delicatamente l’alienazione che gli individui vivono nelle città, la solitudine che incombe dentro e fuori la porta di casa, l’incomunicabilità di figure che non incrociano mai i loro sguardi.

Eppure, la denuncia non mostra mai squallore o degrado. La profonda bellezza di quei brani di vita riesce ad elevare la storia di ogni giorno, la malinconia – a volte delicata, a volte struggente – di quelle singolari vicende umane, quasi un canto all’universale fragilità e sensibilità degli individui. 

 

Il quadro è preceduto da una fase di progettazione; lo attestano schizzi e disegni portentosi spesso accompagnati da appunti scritti. L’artista studia accuratamente le traiettorie dell’illuminazione artificiale, quella dei bar, dei piccoli teatri, degli uffici, degli interni d’albergo… Spende tempi lunghi nell’osservare i soggetti prescelti; li aggiusta poi meticolosamente al fine di ricondurre la realtà con i suoi accidenti ad un’immagine ideale, sospesa sopra il tempo, quasi un’icona moderna che perpetui la contingenza di quell’attimo.

La grande passione di questo artista è la luce naturale. Che sia alba o tramonto, Hopper ama il sole basso che proietta le ombre del mondo in forme nette e lunghe. All’interno dei suoi teatrini inondati di luce, gli attori, pacati e silenziosi, sono quasi sempre rivolti al sole, a goderne il conforto, il calore. Attenti a cercare uno scampolo di piena luce, fosse anche un ritaglio strappato all’ombra grazie ad una finestra aperta. Immote e solenni, queste particolari figure paiono non aver altro pensiero: guardare quella luce nitida che irrimediabilmente le attira e le interpella; concedersi al valore tutto interiore di un dialogo senza parole sospendendo il corso della vita e del tempo.

È facile immaginare lo stesso Hopper così, faccia al sole, nei lunghi periodi trascorsi a Cape Code, immerso nella luce cristallina riflessa dal mare. È facile e bello entrare nella pelle dei suoi personaggi e disarmarsi lentamente mentre quella luce accarezza l’anima, anche solo per un momento, ma un momento fuori dal tempo.

 

Edward Hopper. Milano, Palazzo Reale, fino al 31/1/10 (catalogo Skira).

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