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Persona e famiglia > Famiglia

In dialogo col Corno d’Africa

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Presentato a Roma Terre senza promesse: storie di rifugiati in Italia, a cura del Centro Astalli, che  quest’anno festeggia 30 anni di lavoro a fianco di chi ha lasciato la proprio terra perchè perseguitato  

terre senza promesse

Sono solo dieci su un totale stimato di 67 milioni, i rifugiati che hanno avuto la possibilità di raccontare la loro storia sulle pagine di questo libro; ma questi sette uomini e tre donne, tutti provenienti dal Corno d’Africa – zona scelta dai curatori del volume sia perché la maggioranza dei richiedenti asilo arriva da lì, sia per i legami culturali che le ex colonie ancora intrattengono con l’Italia – vogliono essere la voce di tutti i loro compagni, soprattutto di quelli che non ce l’hanno fatta. È a loro che è dedicato Terre senza promesse: storie di rifugiati in Italia, il libro curato dal Centro Astalli – sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati – e presentato il 19 ottobre in Campidoglio. Un volume in cui «invece di parlare noi, soltanto sulla base dei numeri – ha sottolineato il vicesindaco e assessore alle Politiche sociali Belviso – facciamo silenzio e ascoltiamo». Il primo passo per «non rifugiarci in una generica percezione di alterità – ha proseguito il sindaco Alemanno – ma costruire dei percorsi virtuosi di integrazione».

 

Peculiarità del libro è appunto quella di porsi come un dialogo tra i rifugiati africani e il mondo italiano: ciascuna storia è accompagnata dal commento di un esponente di spicco della nostra cultura, tra cui Gad Lerner, Andrea Camilleri, Enzo Bianchi, Erri De Luca, Ascanio Celestini e Antonia Arslan. Già cinque anni fa il Centro Astalli aveva pubblicato un libro analogo, Il volto della fuga, ora esaurito: si è quindi deciso di proseguire nel raccontare queste «storie in corso», per le quali il lieto fine non è affatto scontato. Certo, fa notare il Centro, «come finiranno dipende anche da noi: da come li guarderemo sull’autobus, se permetteremo o meno che i nostri figli frequentino i loro, se ci interesserà o meno scambiare qualche parola».

 

Alla presentazione sono intervenuti il direttore di Radio Vaticana, padre Federico Lombardi, che ha espresso «profonda gratitudine per chi ha raccontato», e il presidente del Pontificio consiglio per i migranti, il cardinale Antonio Maria Vegliò. Rifacendosi al fatto che «l’ospitalità è propria della tradizione cristiana», il cardinale ha sottolineato come però «anche l’ospite ha un contributo da dare, e deve essere invitato ad attivarsi»: Camilleri, nel suo intervento video, ha infatti osservato che «l’integrazione non è un passivo adeguarsi, ma usare la nostra lingua e i nostri strumenti per trasmettere il proprio patrimonio. Perché l’accoglienza non è solo dare un tetto e un lavoro, ma anche un conoscere e capire le storie individuali, per contribuire al Pil culturale del nostro Paese».

 

Le storie raccolte sono chiaramente storie di sofferenza, ma anche di determinazione e voglia di farcela. Storie raccontate così tante volte – alla polizia, ai volontari dell’accoglienza, e a tanti altri – che, osserva il Centro Astalli, «c’è il rischio che diventi “la solita storia”, e partano a raccontare col pilota automatico»: di qui anche l’idea del dialogo come sforzo per superare questa barriera e ottenere delle pagine “sentite”, tanto da far affermare a Camilleri «Alì – il ragazzo di cui ho commentato le vicende – è uno scrittore. O quantomeno un narratore».

 

Per quanto “parlare sulla base dei numeri” non sia la cosa migliore, alcune cifre sono significative al fine di sfatare alcuni luoghi comuni. Innanzitutto non sono i Paesi europei a farsi carico della maggior parte dei rifugiati, ma quelli in via di sviluppo: Egitto e Tunisia da soli hanno aperto le loro porte a 600 mila persone in fuga, e anche la Liberia ne ha accolti in gran numero. Nei Paesi occidentali, invece, si è verificata una flessione del 42 per cento delle domande d’asilo negli ultimi dieci anni: emblematico l’anno 2010, in cui in Europa si è registrato un calo di 7000 richieste (da 264 mila a 257 mila), di cui meno di un quarto accolte. Soltanto 10 mila di queste sono state presentate in Italia, un numero tra i più bassi a livello europeo.

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