Imprenditori umanisti per l’economia civile

Cucinelli e Loccioni, due aziende che compongono il volto umanistico del capitalismo italiano. Più che il profitto, le persone sono il valore più grande.
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Foto Pexels

Brunello Cucinelli ha realizzato a Solomeo, vicino Perugia, un’impresa di fama internazionale che ci mostra la concretizzazione dell’idea di un capitalismo umanistico. È, a mio avviso, una delle prove più evidenti che l’economia civile nel nostro Paese è possibile oltre che appartenente al suo DNA culturale. Chiara è l’ispirazione: «I valori eterni di bellezza, di umanità e di verità sono ideale e guida di ogni nostra azione». Nato a Castel Rigone (Perugia), nel 1953, da una famiglia contadina, a 25 anni avvia una piccola impresa con l’idea di colorare il cashmere. Fin dall’inizio si è lasciato guidare dall’ ideale di un lavoro rispettoso della «dignità morale ed economica dell’uomo».

Nel 1982 Solomeo si trasforma nel luogo del suo sogno, con successo di imprenditore e di umanista. Nel 1985 riesce ad acquistare il Castello diroccato del borgo per farne la sede dell’azienda. Nel 2000, vista la crescita, trasforma diversi opifici vicini per adeguarsi alle necessità produttive dell’impresa. Cucinelli si dedica con intelligenza e passione al restauro del borgo costruendo il luogo simbolo del nuovo umanesimo: il Foro delle Arti dedicato alla cultura, alla bellezza, all’ incontro.

Nel 2013 l’azienda viene quotata alla Borsa di Milano e Solomeo si arricchisce di una Scuola di Arti e mestieri. L’imprenditore umanista Cucinelli ottiene così diversi riconoscimenti: Cavaliere del lavoro, laurea honoris causa in Filosofia ed Etica dei rapporti umani all’Università di Perugia, il Global Economy Prize del Kiel Institute for the World Economy, fino alla nomina a Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana.

Qual è il sogno di Solomeo? Trasferire i valori umanistici ricevuti dal mondo contadino e dalla filosofia in cultura d’impresa a livello industriale; recuperare centri antichi di aree interne e periferiche; rivivere il senso dell’umano interiorizzato nella vita rurale e nella passione per la filosofia greca e romana, alla ricerca costante della saggezza e della pratica virtuosa. Bellezza, custodia del Creato, dialogo tra giovani e anziani, ricchezza unita al dono, semplicità. Da qui nasce l’idea del “lavoro giusto” perché rispettoso dell’ambiente, della persona che lavora.

Cucinelli mette in pratica una forma di “capitalismo umanistico”. Dai grandi saggi del passato apprende l’amore per il silenzio, per il raccoglimento, per la contemplazione della natura, per la scoperta della ricchezza dei diversi popoli incontrati per il lavoro.

«Infine questo libro, con un po’ di timore, è dedicato ai giovani. Può sembrare strano che un’opera di ricordi, di tradizioni e di capitalismo non sia rivolta a persone adulte, ma questa è anche una storia di emozioni, e sono convinto che senza la storia il futuro non è in grado di raccogliere e mantenere in vita, per centinaia e centinaia di anni la rinascita di valori che vedo crescere di giorno in giorno; e da chi sarà raccolta questa rinascita, se non dai nostri giovani, da quei ragazzi verso i quali fino ad oggi siam fin troppo debitori?». (B. Cucinelli, Il sogno di Solomeo, Feltrinelli 2018, p. 18).

È chiara fin dall’ introduzione la volontà di passare alle nuove generazioni il testimone del sogno di Solomeo, un capitalismo umanistico, rispettoso delle persone, della natura, della bellezza, della giustizia sociale. Dagli anni dell’infanzia, immerso nei valori e durezza della vita contadina, alla prima università dell’anima in città a Perugia, immerso nella lettura dei testi di filosofia ed in quella speciale scuola di vita che è il bar. Poi i colori del cashmere come prima intuizione di bellezza per muoversi verso il mondo. Nella fabbrica incontra i suoi maestri del lavoro fino ad aprirsi ad un futuro luminoso di successo internazionale. Mai però è venuto meno il dialogo con il Creato, con la famiglia, con il borgo dello spirito.

In conclusione, il sogno di Cucinelli è quello di «combinare insieme la bellezza del passato con la bellezza del futuro. Forse non è facile, ma che non si tratti di utopia lo dimostrano gli anni recenti di Solomeo: coniugare impresa e famiglia, innovazione e tradizione, profitto e dono, denaro e umanità» (p. 147). Leggiamo infine in una delle sue impressioni raccolte in un taccuino: «Dopo i due incontri che ho avuto con i dipendenti negli ultimi giorni, ho notato come sempre più persone hanno bisogno di parlare di umanesimo, di avere qualcuno che ascolti la loro umanità» (p.153).

Altra esperienza significativa di economia civile for profit è quella di Loccioni vicino Jesi. L’impresa marchigiana si occupa di  test di qualità di prodotti diversi come iniettori in automotive. Mentre cresce investe sempre più in giovani di talento da formare, in progetti a difesa del territorio. L’ insegnamento di questo imprenditore è che per avere futuro l’impresa deve pensare.

«Siamo una comunità che lavora con l’obiettivo di produrre ricchezza per tutti e non si tratta solo di ricchezza materiale. Certo, dobbiamo chiudere bene ogni nostro conto economico, ma anche quelli umani e ambientali». Così afferma Enrico Loccioni, amministratore delegato, che si definisce «contadino- elettricista». (Avvenire, l’Economia civile, 10 maggio 2023). La sua avventura inizia 55 anni fa a partire, come Cucinelli, da una cultura contadina dalla forte impronta benedettina. È una forma di capitalismo umanistico con una consapevole cultura del lavoro senza predominio del profitto. Cercando di sviluppare progetti su misura per il cliente, Loccioni con la moglie Graziella arriva a produrre sistemi ad alta tecnologia di collaudo e controllo di qualità per elettrodomestici, auto, aerei, treni, qualità dell’aria, farmaci, cibo. Sono diversi prodotti testati con il sistema Loccioni.

«Il mio modello è l’Olivetti di Adriano. La nostra idea è che le persone siano il valore più grande. La Loccioni interpreta e sviluppa un modello di impresa che pensa. Per migliorare occorre misurare e quindi conoscere. Solo così possiamo contribuire ad accrescere qualità, sicurezza e sostenibilità dei prodotti che si utilizzano ogni giorno e dei processi che servono per ottenerli». Questo è stato compreso dai più grandi produttori industriali internazionali come Bosch, Enel, Daimler, E. On, Ferrari, General Elettric, Cleveland Clinic, Leonardo, GE, Avio, RFI, Toyota, Mayo Clinic, Northvolt, Samsung medicale center. Da qui deriva un bilancio consolidato di 120 milioni di euro, 90% da estero, in gran parte reinvestito nell’impresa per l’innovazione, grazie anche ad una stretta collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche.

La vera ricchezza dell’impresa sono i 450 collaboratori, in gran parte giovani, 50% laureati, età media 32 anni. Nessuno vuole essere chiamato dipendente. È una impresa molto aperta al territorio con mille studenti all’anno per attività di orientamento e ottomila visitatori. La Loccioni è diventata una vera Scuola per studenti e collaboratori di domani e dottorati di ricerca.

Importante è il Laboratorio di innovazione nella cura, in collaborazione con L’Azienda Ospedaliera universitaria delle Marche. Obiettivo è il miglioramento della qualità dei processi e degli ambienti di cura mediante soluzioni tecnologiche. Da qui è nata Apoteca, primo robot al mondo per la preparazione automatica e personalizzata dei farmaci. Viene inoltre sperimentato un campus in cui si abita e si lavora in edifici efficienti ed energeticamente autonomi, alimentati dal sole, dall’ acqua, dalla terra. Interessante infine il progetto “2 km di futuro” con l’adozione di un tratto del fiume Esino per mettere in sicurezza e restituire alla comunità un’area fluviale abbellita da un ponte pedonale esposto alla Biennale di Venezia. È la cura del territorio rurale e delle sue caratteristiche paesaggistiche, enogastronomiche, artistiche.

Afferma, in conclusione, Loccioni: «L’ importante è essere attori. Riuscire a guardare un po’ più avanti, sempre cercando di mettere in sicurezza l’impresa. Guardare alla produzione per lo sviluppo integrale e non solo alla possibilità di avere finanziamenti. Cercare sempre di fare cose nuove: questo è un altro segreto italiano». «La nostra impresa è profondamente italiana perché accoglie, si apre, non si chiude. Guardiamo con fiducia agli altri. E sappiamo di essere di passaggio: il mondo non è nostro. Il mondo è di tutti, soprattutto di quelli che verranno dopo di noi: per questo dobbiamo lasciarlo un po’ meglio di come lo abbiamo trovato».

Molte sono le affinità con Cucinelli. Possiamo affermare che queste due imprese, insieme ad altre simili, mostrano il volto umanistico del capitalismo italiano.

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