Imprenditori per l’Economia di Comunione

Una proposta nella società civile nel mezzo della crisi. Per gli imprenditori e non solo.
Imprenditori EdC

Qualcuno si ricorderà il dibattito televisivo di qualche anno addietro tra Cesare Romiti e alcuni imprenditori europei dell’Economia di Comunione (EdC). L’allora rappresentante più in vista del capitalismo italiano non comprendeva il senso della proposta della condivisione degli utili dell’impresa, dato che ogni obbligo sociale sarebbe già assolto pagando le tasse.
Passa il tempo, ma l’esplodere della crisi economica peggiore nel dopoguerra e la diseguaglianza crescente imposta dalle delocalizzazioni e dalla speculazione finanziaria non sembrano aver intaccato il sistema economico dominante segnato da quel “dogma del profitto”, come lo chiama Luigino Bruni, che non prevede la redistribuzione della ricchezza tra tutti i soggetti che l’hanno prodotta e non solo.
La storia sembra finita. Settori marginali sono affidati agli utopici che cercano economie alternative. Eppure, l’esigenza e l’esperienza di un’economia civile (quella del “noi”, che non si richiude nel “particolare” ma è attenta alla “felicità pubblica”) sono palpabili girando in lungo e largo l’Italia. Esiste una trama di realtà attratte da un altro percorso, intessuto di legami sociali e di gratuità, che risponde alla storia più autentica del Paese e ad una condizione umana degna di essere vissuta.
 
Ecco perché in un momento in cui mancano i soldi, nel mezzo di una tempesta che consiglierebbe di non esporsi per cercare di sopravvivere, esiste un gruppo di persone che, a fine 2012, si lancia a costituire un’Associazione di imprenditori italiani per un’Economia di Comunione (Aipec). Per aderire non bisogna essere “focolarini”, credenti o esibire altre appartenenze, ma solo condividere i princìpi del codice etico che è parte integrante dello statuto. Non è, e neanche può avere la pretesa di essere, l’associazione che raduna tutte le imprese che aderiscono al progetto dell’EdC e neanche esclude l’appartenenza ad altre associazioni. Come tengono a precisare nella loro presentazione, «non si rivolge infatti solamente a chi è già un’azienda EdC, ma anche e soprattutto a tutte le aziende e i soggetti che vogliono incamminarsi in quella direzione» per aiutarli «a crescere, a svilupparsi nella cultura del dare, favorendo anche la nascita di nuove idee e opportunità».
Ci si potrà iscrivere in ogni momento ma chi aderirà entro il 15 novembre rientrerà tra i soci fondatori e avrà diritto a nominare il Consiglio direttivo. Senza cooptazione o nomine dall’alto. Un soggetto autonomo della società civile italiana che si sosterrà con le quote degli associati e risponderà soltanto per loro.
 
Ventuno anni di storia dell’EdC hanno segnato le vicende di tanti che vi hanno aderito immediatamente con tutto il bagaglio di ricchezze, sofferenze e incomprensioni inevitabili per chi si mette in gioco senza riserve. Di coloro soprattutto che non cercano un mondo futuro perfetto ma misurano l’ideale con le fatture scadute, la gestione del danaro, il compenso dei lavoratori che sono parte centrale dell’impresa. Non si rischia così tanto per qualcosa di decorativo.

L’intuizione dell’EdC proposta da Chiara Lubich nel 1991, in Brasile, è nata davanti a quel grido dei poveri, la realtà delle favelas strette come una corona di spine intorno alla città dei ricchi grattacieli, che ha suscitato, nella storia, risposte diverse. Anche l’uso della forza contro un ordine sociale violento e disumano.
Colpisce la freschezza con la quale i promotori dell’Aipec si dicono convinti che «solo mediante una rivoluzione culturale sarà possibile uscire da questa crisi economica e di valori e riequilibrare la distribuzione della ricchezza». Bisogna parlare con Livio Bertola, referente riconosciuto di questo comitato promotore, per restare del tutto disarmati. Sul web, si trova il video di qualche suo intervento. Titolare di una società specializzata in lavori di cromatura e ramatura, con una storia industriale che comincia nel cuneese sin dal 1946, è un rappresentante dell’imprenditoria abituata a fare bene senza voler apparire. Se parla, quindi, è per un dovere di testimonianza e si vede che non recita.

Ognuno dei promotori dell’Aipec ha la sua storia originale da raccontare. Esprimono nei fatti la non conformità all’idea riduttiva di mercato composto da tanti individui in competizione perenne tra loro. Hanno deciso, perciò, di mettersi in gioco, esponendosi alle prevedibili critiche di incoerenza, rischiando di suscitare aspettative difficili da mantenere. Ne deve proprio valere la pena.
Chi vuole aderire o saperne di più può mandare una mail alla casella aipec.info@gmail.com

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