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Cultura > In punta di penna

Imprenditori e politici al governo

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Da qualche tempo, un po’ ovunque nel mondo, industriali e uomini d’affari arrivano a guidare Paesi di rilievo. È un bene o un male?

epa11889365 L’imprenditore statunitense e impiegato speciale del governo statunitense Elon Musk (a sinistra), con suo figlio X, e il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump (a destra) parlano ai media nell’Ufficio ovale della Casa Bianca a Washington, DC, USA, 11 febbraio 2025. EPA/Aaron Schwartz / POOL

Donald Trump ed Elon Musk sono solo gli ultimi di una lunga serie di presidenti o capi di governo o ministri che sono arrivati al potere come industriali o uomini d’affari, imprenditori insomma. In Italia, su tutti, si ricorda ovviamente Silvio Berlusconi. È un bene o un male? Vediamo vantaggi degli uni e degli altri.

Gli imprenditori hanno l’abitudine della concretezza: la spinta che viene dal possibile guadagno è la più forte che esista, l’eros economico riesce a stimolare alla creazione come nessun’altra motivazione. C’è poi la naturale predisposizione a far lavorare assieme una squadra di dipendenti, che federano le proprie energie e risorse per ottenere il successo dell’azienda. Ancora, l’imprenditore sa intuire i cambiamenti dei gusti del sentire della gente, e quindi riesce ad anticipare gli eventi. Sa poi uscire dai vicoli ciechi: se una data politica non porta frutto, la rottama senza indugi, proponendone una nuova, L’imprenditore è pragmatico. Di più, l’imprenditore ha nel sangue l’idea prima di rispondere ai bisogni della gente; non dà solo risposte alle domande reali della gente, ma riesce addirittura a far sorgere nuove domande a cui rispondere con la propria politica. In ogni caso risponde a domande precise e non vaghe. Se vogliamo, dunque, l’imprenditore sta dalla parte dell’intuizione più che dell’analisi o dell’abitudine. Nel campo della comunicazione e dell’informazione, poi, l’imprenditore unifica tendenzialmente l’ufficio stampa e l’ufficio marketing, facendosi beffa dei guru dell’informazione: il narcisismo è solo suo, non va diviso con altri (e forse proprio su questo punto Trump e Musk alla fine divorzieranno politicamente).

Le qualità del politico di professione  – il che non vuol dire che non sia medico, ingegnere o giornalista, ma che abbiano piegato la loro vocazione professionale verso la politica, mentre sostanzialmente l’imprenditore non cessa mai di esserlo, nemmeno quando arriva al governo – non sembrano di poco conto. Almeno in linea teorica ha chiara la distinzione tra interesse privato e interesse pubblico, per questo si dice “al servizio della collettività”, affermazione che non corrisponde a quella dell’imprenditore, per cui solitamente vi è identità di scopo tra bene pubblico e interesse privato. Il politico dipende dal voto degli elettori, e quindi sa quanto sia importante coltivare il contatto con i cittadini, cercando sempre e comunque di realizzare quanto da loro desiderato. In questa stessa direzione, il politico è legato a doppio filo con il programma elettorale che è delegato a realizzare. Il politico, non va mai dimenticato, ha studiato da politico, ha una cultura politologica più o meno profonda, ma dovrebbe anche una conoscenza storica solida e quindi avere la capacità di “mettere le cose in prospettiva”, come diceva Guccini: conoscere studiosi come Bobbio, Montesquieu o Fukuyama non è qualcosa di secondario.

Vi sono poi delle qualità che non sono proprie degli uni o degli altri, ma che sono piuttosto legate al carattere e all’indole della singola persona; sono quindi qualità che travalicano la distinzione tra imprenditori e politici di professione. Sono le qualità legate all’etica, ai comportamenti più o meno morali. Onestà, coraggio, temperanza, umiltà, magnanimità, eleganza pure, amore per la verità, fedeltà e via dicendo non sono dipendenti dal fatto che un capo di governo o un ministro sia imprenditore o politico di professione. In questo, gioca molto il sistema di pensiero al quale il singolo fa riferimento, e la serietà della propria adesione a tale sistema.

Governare prima dell’introduzione del sistema comunicativo e informativo digitale era più semplice, perché c’erano meno variabili in gioco, meno dati e meno informazioni di cui tener conto. Oggi la società è estremamente complessa e richiede approcci transdisciplinari e mutanti che è impossibile siano appannaggio di una singola persona. Più che mai oggi la politica abbisogna di una squadra affiatata e non appiattita sul capo, capace cioè anche di modificare le decisioni del capo. Il sistema informativo, invece, sembra attribuire solo al capo qualità e difetti, concentrando su di lui la capacità decisionale. Dietro una telefonata di Trump con Putin, o dietro la dichiarazione di Xi sull’Ucraina c’è un’enorme lavoro di squadra, anche se poi può giocare anche l’istinto da capo. E la sua moralità.

P.S. Di solito le vicende politiche democratiche non danno mai poteri senza fine: in esse l’alternanza è una sentinella attenta all’equilibrio dei poteri. E poi, il problema non è Trump o Putin o Xi, ma il sistema di pensiero che li porta al potere.

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