Immigrazione record negli Usa

Numeri record di latinoamericani alla frontiera del Messico mettono sotto pressione le autorità Usa a corto di fondi. I governatori degli stati di ingresso spediscono migranti a New York, Chicago e Filadelfia. Una crisi umanitaria che rischia di trasformarsi in una battaglia politica lontana dalle necessità concrete.  
Migranti centroamericani riposano sui binari del treno in Messico. (Foto EPA, ANSA, Hilda Rios)

Le ricerche dei 32 migranti venezuelani e honduregni sequestrati il 30 dicembre nello stato messicano di Tamaulipas si sono concluse a lieto fine. Lo stesso giorno (il 3 gennaio) si è appreso di altri due sequestri collettivi, di 18 e 5 persone, che sono state ritrovate in un motel di Sonora e in un hotel di Puebla. Sebbene questi casi si siano risolti con la liberazione dei sequestrati (forse dietro riscatto) – prova dell’efficacia della pressione di polizia ed esercito messicani – allarma il ripetersi di rapimenti di massa.

Il sequestro come modalità di finanziamento è regolarmente utilizzato in Messico, ma in genere le mafie locali e i narcotrafficanti non catturano più di due o tre persone. Sono invece sempre di più le comitive numerose intercettate sulla rotta terrestre Messico-Stati Uniti. Le “carovane di migranti” scoraggiano la delinquenza ed evitano di dover contrattare con i “coyotes”, le guide nel passaggio clandestino della frontiera. Le carovane sono anche un sintomo della disperazione crescente. Significativo il ritrovamendo di 215 persone rinchiuse in un Tir, a novembre. A poco serviranno gli 850 membri delle forze dell’ordine inviati a pattugliare il confine.

Queste notizie giungono in un momento cruciale del boom migratorio. Solo in dicembre, 225 mila persone sono state intercettate dalla “Migra” (la polizia di frontiera): un record assoluto. Da settembre 2022 a settembre 2023 è stato stabilito un nuovo record di fermati: 3,2 milioni (2,7 milioni l’anno precedente).

L’afflusso ha portato alla chiusura temporanea di quattro passi di frontiera, riaperti solo il 4 gennaio in seguito a un incontro bilaterale tra il Segretario di Stato e il Ministro per la Sicurezza statunitensi, Anthony Blinken e Alejandro Mayorkas, con il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. Conseguenza del summit pare sia stata anche la dissoluzione dell’ultima “carovana di migranti”, che si era autodefinita “Esodo dalle povertà”: oltre 6 mila persone da Sud e Centro America e Caraibi. Circa 3 mila di loro, giunti fino a Mapastepec, in Messico, 100 km a nord del Guatemala, hanno interrotto la marcia dopo l’assicurazione governativa di un permesso di soggiorno annuale, possibilità di lavoro e iscrizione nel registro per l’assistenza sociale. Ma la primavera porterà, con ogni probabilità, nuove carovane.

Oscar Chacón, esperto di relazioni Usa-Messico, ha detto alla CNN che è “insostenibile” che il Messico si trasformi nella “sala di attesa” per migliaia di richiedenti asilo, come di fatto auspica il governo Biden, soprattutto perché non dispone di un mercato con “milioni di posti di lavoro vacanti” che fungono invece da “calamita” negli USA. I rapporti tra i due governi nordamericani sono cordiali e la collaborazione serrata (a fine gennaio un prossimo summit), ma a nord del Rio Bravo la crisi si politicizza, in vista delle presidenziali di novembre 2024. Cresce anche la tensione tra i governatori, a cui si rivolgono i sindaci delle città di confine, il governo federale e i sindaci delle città-meta.

Il 4 gennaio il primo cittadino di New York, Eric Adams, ha denunciato 17 aziende di autobus. Le accusa di violare una norma statale secondo la quale chi introduce nel territorio dello stato persone bisognose di assistenza è obbligato a farsene carico. Con i 708 milioni di dollari richiesti, Adams intende coprire le spese versate per 161 mila richiedenti asilo giunti nella Grande Mela dalla primavera 2022. I bus in questione vengono regolarmente “spediti” dal governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, a città governate dai democratici. Da agosto a dicembre, Abbott ha inviato 33.600 migranti a New York e 28 mila a Chicago. Adams e Abbott interpellano il governo federale, e questo passa la palla al parlamento battendo cassa. I centri di frontiera sono stati chiusi anche per mancanza di fondi.

I democratici chiedono il voto repubblicano anche per una riforma migratoria necessariamente bipartisan. I repubblicani pongono invece la priorità nella chiusura della frontiera, per smaltire le udienze dei richiedenti asilo, i cui ritardi rischiano di superare i due anni creando così un limbo di clandestini. Il governo Biden ha denunciato l’incostituzionalità di una legge texana, duramente criticata dal Messico, che criminalizza l’ingresso clandestino, con arresto e prigione ipso facto. Per contro, la California è il primo stato ad assicurare l’assistenza sanitaria gratuita o a basso costo a migranti senza documenti. Le cause del fenomeno sono molto complesse e richiedono un approccio integrale, da entrambi i lati della frontiera. Povertà e delinquenza ne sono i motori, e qualsiasi proposta che non le contempli è votata al fallimento.

Il Messico è pressato da sud (ingressi di massa) e da nord (esigenze Usa di frenare il transito), e si barcamena tra chiusure parziali, concessioni umanitarie e deportazioni, secondo il classico schema di “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”. Negli Usa il clima politico non favorisce un dialogo sereno, imprescindibile per accordi bipartisan e, a breve termine, per ordinare il registro, la distribuzione, l’assistenza e l’inserimento dei migranti. Qualche proposta assennata ci sarebbe, come quella repubblicana che collega le necessità di manodopera di ciascuno stato con l’accoglienza di una forza lavoro corrispondente, ma presuppone un coordinamento da orologio svizzero tra autorità migratorie, municipali, statali e federali di opposto colore politico.

La prevalenza del bene comune sugli interessi dei partiti si giocherà sulla qualità dei rapporti tra democratici e repubblicani. Sperando che prevalga il buonsenso.

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