ILLUMInazioni

Luci e prospettive nuove dalla Biennale d’Arte di Venezia.
Biennale di Venezia 2011
Un po’ per il nome di Sgarbi fra i curatori, un po’ per l’intervento del volto più noto di Elio e le storie tese, la Biennale di Venezia non è mai sembrata così “popolare”, passi la parola.

Le polemiche non mancano mai; questa volta, non a torto, tocca proprio al Padiglione Italia di Sgarbi e al numero esorbitante di opere che si affastellano le une sulle altre in maniera soffocante. Qualche merito: un afflato democratico mette sullo stesso piano artisti noti ed emergenti. Felici, come non succedeva da tempo, gli amanti del figurativo e della “buona pittura” che in alcuni casi tocca vertici altissimi di virtuosismo. Impegnato e forte l’ampio spazio dedicato al Museo della mafia; un senso di rivolta prende la mente e lo stomaco.

 

Il titolo della rassegna avrebbe fatto pensare a qualcosa di più romantico: ILLUMInazioni, ma il significato è anche quello di aprire gli occhi, di ricominciare a sentire, a vedere in modo nuovo. E significativo è il fatto che il termine “nazioni” vi sia contenuto all’interno, quasi a dire che ogni partecipazione nazionale possa essere una rivelazione. In quest’ottica si possono leggere tutti gli interventi artistici che mettono a confronto le diversità. Mariverticali di Fabrizio Plessi: i monitor su cui sono armate le sue poderose canoe proiettano l’acqua di diversi mari; pur nella specificità delle onde o del suono prodotto è impossibile non pensare alla comune origine e al comune destino di quelle acque.

 

Dal Padiglione della Corea, la video-istallazione di Lee Yong Baek restituisce in dissolvenza alternata il volto di Cristo e quello di Buddha. Improvvisamente, con un fragore assordante, l’immagine va in frantumi e i vetri rotti, che simulano la soglia dello schermo, cadono lenti nel tintinnio di un rallenty mozzafiato. L’interferenza e l’assimilazione cieca non sono che un’illusione.

 

Nel padiglione israeliano, l’artista Sigalit Landau mette in scena legami pieni di forza e di pathos. Al piano inferiore vediamo in video un gioco tradizionale messo in opera da tre ragazzi: Knife game, il lancio del coltello e la traccia sulla sabbia segnano confini territoriali in continuo cambiamento; a ogni allargamento di campo dell’uno corrisponde il restringimento del campo dell’altro. Significativo il fatto che la spiaggia su cui si gioca sia il confine fra Gaza e Azkelon, e subito il gioco diventa la chiave di lettura di un dramma. Al piano superiore vediamo un lago ghiacciato di Danzica, in Polonia; sul ghiaccio, le scarpe dell’artista completamente ricoperte di cristalli di sali di un altro lago, il Mar Morto.

 

Inesorabilmente il sale scioglie la neve e il ghiaccio, le scarpe affondano lente col passare del giorno, fino a sparire del tutto, nel lago e nel buio della notte. Quest’immagine poetica e potente lega idealmente l’Oriente e l’Occidente, i luoghi del dolore del passato e quelli del presente. Il passare del tempo diventa il percorso che collega questo ad altri lavori.

All’Arsenale ci si imbatte in una colossale copia scultorea del Ratto delle Sabine del Giambologna; in alto si intravede qualche fiammella; solo in un secondo momento, osservando i frammenti anatomici caduti a terra, ci si accorge che la statua è di cera e le micce accese la consumano giorno dopo giorno. L’opera di Urs Fisher rievoca e attualizza il significato dell’antica vanitas: “tutto passa”, la bellezza, la forma, la gloria dell’arte. Il tempo, la sedimentazione e l’intervento creativo del pubblico fanno dell’opera di Norma Jeane un work in progress.

 

Ogni mattino, al centro della sala, viene posto un blocco di pongo diviso in tre fasce orizzontali di colore nero, bianco e rosso, i colori della bandiera dell’Egitto. Il pubblico è invitato a servirsi liberamente e creativamente di questo materiale. Sorgono piccole sculture, la stanza si sporca e si colora mentre i muri si saturano di scritte e disegni; gli uni intervengono sul lavoro degli altri, a volte distruggendo, a volte integrando e sviluppando; anche qui tutto passa ma torna in forme nuove.

Forse è questa la prospettiva più efficace per guardare alla rassegna. L’arte ci parla e ci interpella, muove i sensi, il cuore, la mente, ma al contempo invita a muovere fattivamente le cose, per cambiare la scena del presente, le mani, per dare forma ai sogni, le gambe, per andare sempre un po’ più in là.

 

ILLUMInazioni, Biennale Arte 2001, Venezia, fino al 27/11. Catalogo Marsilio

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