Illuminate le vostre menti

Ragazzi dei Focolari da varie parti del mondo e coetanei di associazioni gandhiane insieme per la pace in India.
Illuminate le vostre menti
Gli ostacoli da superare non erano pochi, a cominciare dai visti, mai facili da ottenere per andare in India, anche come turisti, e dai permessi dei genitori, spesso esitanti a lasciare i propri figli adolescenti andare in un Paese ancora notoriamente a rischio per motivi igienici e climatici. Ma alla fine ce l’hanno fatta! A Coimbatore,  dall’8 al 13 agosto 750 ragazzi si sono incontrati ed hanno vissuto spalla a spalla 24 ore su 24.

Cristiani, indù, musulmani, sikh e buddhisti insieme per cinque giorni. Un’esperienza di incontro fra civiltà e culture, che ognuno portava con la propria lingua, il colore della propria pelle, ma anche con l’amore per Dio che ciascuno esprime con la religione imparata sulle ginocchia della nonna e della mamma.

L’hanno voluto chiamare Supercongresso e, come ha detto una ragazzina italiana, vedendo qualcuno degli adulti preoccupato per l’organizzazione, «noi facciamo il congresso e Dio lo fa Super!».

 

L’idea è nata dalla collaborazione decennale fra associazioni gandhiane dell’India e i Ragazzi per l’unità, uno dei settori giovanili del Movimento dei focolari. Il dialogo interreligioso iniziato una decina di anni fa, inizialmente fra i Focolari e lo Shanti Ashram, si è via via allargato e diversificato in collaborazione a diversi progetti di carattere sociale, a incontri per artisti e a manifestazioni sportive. Dopo la visita di Chiara Lubich nel 2001, l’impegno è stato quello di costruire un’intesa profonda per collaborare alla pace, cercando di essere sempre dalla parte della soluzione e non del problema.

 

Da circa un anno si è cominciato a lavorare per realizzare una settimana fra teen-ager. E quello che è successo rimarrà come un’esperienza che non si può dimenticare, dai tanti risvolti. Ad esempio il fatto che i ragazzi provenienti dall’Europa e dal Nord America si sono trovati di fronte un clima caldo umido al quale molti non erano abituati. Il cibo non solo non era quello di casa, ma con un gusto – quello del sud India – che non è di gradimento per tutti e con sapori forti e uso abbondante di spezie e peperoncino. E poi, spesso, al posto dei piatti c’erano le tradizionali foglie di banana. Nugoli di zanzare completavano i programmi notturni lasciando solo poche ore di sonno e riposo.

I modi di vivere e le tradizioni si sono incontrate e quasi scontrate. L’ospitalità in India è sacra e i giovani del Kumaraguru College of Technology – con 3500 studenti, situato ad una decina di chilometri da Coimbatore – da buoni ospiti hanno seguito passo passo quelli provenienti da fuori. Ciò che per gli uni era segno di cura ed ospitalità, per gli altri era una fastidiosa intromissione. Un giorno, un programma è iniziato con un’ora e mezzo di ritardo e il pranzo è stato servito a pomeriggio inoltrato. Aspetti da scoraggiare chiunque, eppure, un diciassettenne irlandese l’ha messa in una prospettiva diversa: «Oggi abbiamo dimostrato che si può costruire un mondo unito al di là delle differenze di abitudini e delle diverse concezioni del tempo».

 

I momenti di aggregazione sono stati diversificati e ricchi: dai due grandi eventi che hanno raccolto circa 1500 ragazzi in nome dell’ideale del mondo unito, alla visita nei villaggi del Tamil Nadu, il profondo sud dell’immensa penisola indiana, dalla marcia per la pace a workshop su come vivere il rapporto fra religioni e culture.

Ma la svolta decisiva è stata l’incontro con le famiglie. Circa 120 erano state quelle che avevano dato la disponibilità ad accogliere i ragazzi provenienti da fuori Coimbatore: alcune benestanti, altre della classe media e, non poche, piuttosto disagiate. In tutte, però, l’ospitalità è stata squisita, vera testimonianza della tradizione indiana che nell’ospite accoglie Dio. Nella famiglia, cuore della vita dell’India, i giovani hanno scoperto la religiosità indù e musulmana e hanno comunicato quella del cristianesimo trovando un rapporto fra generazioni che l’Occidente non conosce più.

Alla grande Avinashi Lingam University si è tenuto il Festival della pace, che da dieci anni vari gruppi gandhiani organizzano nel giorno dell’atomica di Hiroshima per sensibilizzare alla pace i ragazzi e i giovani della città. Il programma è cominciato con un giuramento solenne dei mille presenti: ognuno si è impegnato ad essere costruttore di pace, a non ricorrere, mai nella vita, alla violenza.
A seguire un programma preparato dai ragazzi: tre ore senza intervallo in un clima crescente di fraternità. Si sono parlate contemporaneamente inglese e tamil, e poi il linguaggio universale di canzoni e coreografie. Infine, esperienze di vita vissuta. Toccante quella di giovani palestinesi, che hanno raccontato l’esperienza di fraternità, costruita fra cristiani, musulmani ed ebrei. Questi ultimi non hanno potuto essere presenti, ma hanno inviato un messaggio.

 

La conclusione ha un titolo che suona di sfida per la vita. «Non mirate basso. È un crimine». A dirlo non è stato una persona qualunque, ma uno che ha raggiunto il top: Abdul Kalam, musulmano, scienziato missilistico ed ex presidente dell’India, forse il più amato dall’indipendenza del Paese, un vero role model per la popolazione giovane del Paese asiatico.

«Menti illuminate sono la forza più grande», ha esordito. Una sfida immediata rivolta a tutti a non perdere tempo prezioso, un tempo che non tornerà più e per raccogliere la sfida che il mondo lancia, ma che anche attende. «Se decidete di farcela, ce la potete fare a cambiare il volto del pianeta!», ha detto, parlando al cuore, ma anche alla mente dei teenager.

Abdul Kalam ha nominato Dio solo una volta né ha fatto trapelare la sua religione, l’Islam. Eppure non è stato possibile non avvertire una presenza divina in tutte le sue parole. Forse è proprio vero che Dio si rende presente non tanto là dove si parla di lui o si cita il suo nome, ma, piuttosto, dove si vivono i suoi insegnamenti.

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