Il viaggio di Tore

Quel ragazzo dalla stazza notevole, la kefiah attorno al collo e il suo fare in apparenza scontroso ed un po’ anarchico, mi attirava. Gli andai incontro per salutarlo: Ciao, sono Marco. Mi scrutò con lo sguardo: E io Tore. Tore sta per Salvatore. Fu l’inizio di un’amicizia sincera, nata fra giovani dei Focolari conquistati da una luce, quella del vangelo, che, al di là di diversità culturali, ideologiche o religiose, affratellava nel tendere ad un mondo unito. Mi piacete perché non siete bigotti era una delle frasi che Tore ripeteva spesso a bordo della mia Ford Fiesta bianca, carica di giovani. Quando tutti rientravano a casa, io e lui intavolavamo colloqui gremiti di sogni, di speranze, di certezze. Apparentemente lontani, scoprimmo fin da subito i più numerosi aspetti che ci rendevano simili. Prese a raccontarmi di sé, del suo passato: gli scioperi in favore degli operai, il desiderio di impegnarsi per gli ultimi, per gli esclusi. Il suo spirito di avventura lo portò a spendere gli anni migliori in giro per l’Europa: zaino in spalla e via! Ore intere a leggere il suo diario in cui cercava di dare ragione del suo ateismo scientifico… fino a quando il richiamo del mio lavoro imponeva la fine del nostro colloquio. Allora ciao, juventino… Grazie per la chiacchierata… Ci vediamo stasera! era il suo congedo solito. Come se non bastasse, neppure la passione per il calcio ci univa. Io perdutamente bianconero e lui ancorato all’altra sponda della Torino calcistica. Quella granata! Con Tore, come con gli altri del gruppo, c’era un’amicizia che scardinava i parametri del buon senso. Non era quindi strano ricevere telefonate a tutte le ore. Una richiesta di aiuto, un problema, una gioia da condividere… Una notte, uscendo dalla fabbrica, mi accorgo di un bigliettino sul parabrezza della Ford bianca. È uno di noi in difficoltà economica a cui facciamo arrivare la somma necessaria. La notte successiva, con Tore, soccorriamo un tale la cui auto è in panne. Per sdebitarsi, decide di darci quanto ha nel portafoglio: proprio la somma consegnata la sera prima all’amico in difficoltà. La verità delle promesse del vangelo ci spingeva ad andare alla ricerca sempre più appassionata di quella vita che ci inebriava di felicità. Una sera, sulla collina di San Maurizio, il punto più alto di Pinerolo, il colloquio con Tore si fece serio: Ho deciso di partire. Questa vita non mi basta più: voglio impegnarla tutta per Dio. Tra noi s’incrociò uno sguardo di intesa. Allora buona fortuna, fratello… Ognuno deve fare ciò che sente. Sono felice e fiero di aver fatto un pezzo di strada con te. Anch’io… ma continueremo insieme, dovunque saremo. Quel momento segnò la fine di un capitolo e l’inizio di altri. Per lui il principale fu Daniela: la pianista che seppe fornire valide ragioni per trasformare la vita di un giramondo in cerca di umanità in quella di sposo e, con l’arrivo di Marco, di padre. Tore è ancora un fiume in piena. Il lavoro, la lettura, lo studio, l’impegno in famiglia, l’attività di scrittore. Poco importa se un problema al nervo ottico sta compromettendo la sua vista. Gente come lui, con la sua grinta, è abituata a lottare. Mesi fa, mentre lo aiutavo a radersi, lui prese a dire: Anche se un giorno non potrò più vedere, continuerò a viaggiare per gustare la bellezza del mondo, per sentirne gli odori, per cogliere l’arrivo della primavera. Salirò su un treno e via!. Poi mi guarda con quella sua faccia da chissenefrega. Anch’io lo guardo e ridiamo entrambi. Gli dico: Sta’ fermo o ti taglio!. Per gente come Tore, con la vita che bolle dentro, l’avventura non può davvero finire mai.

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