Chi è Giuda, secondo Giulio Base? Attingendo all’apocrifo Vangelo di Giuda e ad altri scritti del genere, oltre ovviamente ai Vangeli canonici, Base vede in Giuda ciascuno di noi, fragile e peccatore, cambiato dall’incontro con il Cristo. Cambiato? Mai del tutto, perché la coscienza del passato si intreccia con quella del presente.
Il film si apre con due morti speculari: Cristo agonizzante in croce e lui il traditore ‒ così lo considerano i “dodici” e quest’eco è riflessa nei Vangeli e nei secoli successivi ‒ che si sta appendendo ad un albero.
Giuda racconta, attraverso la voce narrante di Giancarlo Giannini, la sua vita. Nato e cresciuto in un bordello, “uccidendo” la madre e il gemello, abusato, uccisore della donna che lo ha curato e di chi lo ha stuprato, salvatore di Maddalena dalla lapidazione, egli è un uomo senza volto, avvolto in un mantello scuro, vicino e lontano dal gruppo dei discepoli, sorpreso che Gesù gli affidi la cassa, pur prevedendone il tradimento.
Poche parole in un film quasi muto, colorato, girato in Calabria, che ricorda poco gli altri film sul Messia, e si pone su di una interpretazione piscologica di Giuda. Perché tradisce o meglio “consegna” il maestro non volendone certo la morte? Forse perché deluso da un uomo che ha detto che mai sarebbe morto e invece ora sta agonizzando?
Per Base era necessario che Giuda lo tradisse, diversamente Cristo non avrebbe compiuto la sua missione redentrice. Tesi suggestiva, non nuova, discutibile e discussa.
Giuda in effetti è la coscienza di tutti noi, sembra voler dire Base, che scopriamo una luce nuova e una nuova possibilità di vita come Giuda con Cristo, ma poi veniamo traditi dalle nostre ambiguità, dal passato che ci perseguita, e da una superficiale e troppo “carnale” lettura dei fatti del Messia.
Giuda è un appassionato, ma fragile, condivide il cammino con il Cristo, non lo capisce in profondità, eppure pensa di salvarlo consegnandolo ai Giudei.
Diversamente da altri film, il regista evita la Resurrezione. Giuda infatti non la vede, non la può vedere, per lui tutto finisce con la morte del Crocifisso e allora è meglio morire, delusi e senza speranza.
Il film si avvale di attori di valore: Rupert Everett che è Caifa, Abel Ferrara il viscido Erode, Vincenzo Galluzzo come un Cristo da immaginetta, libero come un figlio dei fiori, per poi acquistare credibilità nelle scene della Passione, ambientate, come altre volte, in interni caravaggeschi.
Certamente ogni film su Cristo è una grande opera incompiuta, tale è la superiorità prismatica del personaggio. Base ci ha provato, puntando lo sguardo su una storia drammatica di amicizia fallita, di un sogno infranto, di un tradimento “inconsapevole”. Sarà stato davvero così?
Il film ci lascia con una domanda che attende risposta, un desiderio di una speranza più che una speranza, e una indagine sulla libertà di coscienza di noi uomini fragili davanti alle scelte della vita. Giuda rimane comunque, se non un fratello, una persona da comprendere.
