Il tuffo in Dio

Alberto: Gesù è la mia forza Alberto – esordisce mamma Albertina – era una persona normalissima, eppure era speciale. Cioè? Cioè, io e Silvio eravamo una coppia affiatata, unita, dei semplici cattolici… Eppure lui, già da piccolo, manifestava una sensibilità fuori dal comune per le cose di Dio. Non aveva voluto diventare chierichetto, chissà perché, ma pregava molto: ho ancora la sua corona del rosario, eccola… Spesso lo rimproveravo bonariamente, perché stava esagerando; ma lui mi rispondeva col suo sorriso disarmante che la vita deve essere orientata a Dio, perché appartiene a lui, che ce la può riprendere come e quando vuole. L’importante è essere pronti. La storia di Alberto è quella dello sposalizio della sua anima con Dio – riprende don Mario -. Non ho dubbi, perché l’ho conosciuto bene. Aveva quindici anni, quel ragazzetto vivace e sempre pronto ad aiutarmi… Rapidamente, grazie anche alle magnifiche disposizioni e alle indiscutibili qualità umane di Alberto, un numero sempre maggiore di giovani cominciò a frequentare San Sebastiano… Una sera, erano le dieci passate, sentii suonare al citofono. Era lui. Mi disse: Don, sono Alberto, potresti scendere a darmi la comunione?. Sono sceso, gli ho dato l’eucaristia e siamo rimasti a parlare un po’ insieme. Gli ho chiesto come mai non era venuto alla messa delle 19.30. E lui mi raccontò che aveva incontrato un giovane tossicodipendente e si era fermato ad ascoltarlo; poi lo aveva invitato in un bar e gli aveva offerto qualcosa da mangiare dandogli quel po’ di soldi che aveva in tasca, e solo alla fine del dialogo era venuto a prendere la comunione. Mi disse: Guarda, don, senza Gesù eucaristia ricevuto tutti i giorni, io non ce la faccio. Gesù è davvero la mia forza. Alberto scriveva a Paolo: Ieri alla Stella Maris (centro di accoglienza per immigrati clandestini, ndr) è stato uno spezzarsi il cuore. Si è fatto un censimento di tutti quelli che avevano i documenti, gli altri sono stati sbattuti fuori. In quel gruppetto fuori, al freddo, mi sembrava di vedere i visi di centinaia e centinaia di umiliazioni, in ogni punto della terra. Il nostro posto mi sembrava tra quelli. Così parlando con uno di loro siamo riusciti a sapere che gli servivano i soldi per il biglietto per Roma, dove aveva il suo lavoro, la sua casa, la sua ragazza. Quando lo abbiamo accompagnato in stazione, con una Coca Cola, un toast e una brioche (era due giorni che mangiava e non mangiava) aveva veramente il volto di Gesù. E un altro, girando quasi tutto il giorno, siamo riusciti a sistemarlo da un sacerdote. E poi tanti, tantissimi piccoli atti di amore che tappano un po’ tutta l’indifferenza umana di anni. Ecco Paolo, tutto è uscito dal nostro Gesù in mezzo. Carlo: buttati ad amare Racconta Clara Grisolia, la madre: Era furbo: non perdeva occasione per approfittare delle situazioni. Furbo e fantasioso… Amava giocare e indugiare nei suoi divertimenti, anche se sin da piccolo di tanto in tanto manifestava il desiderio di ritirarsi in sé, in una sorta di introspezione che lo rendeva vagamente triste. Era anche un gran sognatore, come testimoniavano le sue letture di bambino e d’adolescente, dalla fantascienza alle vicende epiche. Pierluigi Ravettino, che aveva conosciuto Carlo nel 1977, ricorda: Mi sembrava strano che un ragazzo così giovane, in fondo mio coetaneo, potesse avere alle spalle un’esperienza di Dio di tale intensità. Era strano come mi parlava di Gesù, sembrava che tutte le sere fosse a cena con lui; sì, perché te ne parlava come tu parleresti di un tuo grande amico. Carlo scriveva a Lucio, il cugino: Io non sono capace di niente, se penso a me stesso così egoista, così timido, così pigro, svogliato… Sento che non riuscirei neanche a muovere un passo. Ma la nostra vita può cambiare, possiamo amare… Quando ti sentirai in difficoltà, quando non riuscirai a sorridere, buttati ad amare amare amare. Roberto ricorda un episodio che testimonia la progressiva crescita di Carlo: Un giorno esplose una bombola di gas in un edificio attiguo alla sua casa, alla Canova. Era agosto, e gli abitanti di quell’appartamento erano in vacanza. Era scoppiato un incendio, e i pompieri non erano ancora arrivati sul posto. Con Carlo salimmo di corsa le scale, e spegnemmo il fuoco in quell’appartamento, con non poca fatica a dire il vero. Appena finito il lavoro, Carlo se ne andò rapidamente, senza che riuscissi a trattenerlo, in attesa dei pompieri e dei giornalisti, per ricevere il meritato applauso della gente. Avevamo fatto un’azione fantastica e lui se ne andava! Proprio non lo capivo. Poi mi spiegò: L’importante era fare quell’azione, non arrivare sui giornali… Il leader bisogna saperlo fare. 40 giorni 18 agosto, 4 e mezzo del mattino. Racconta Tiziano, colla voce ancora velata dall’emozione, a tanti anni di distanza: Il cielo è sereno e stellato, possiamo salire. Decidiamo di non legarci, perché il tipo di ghiaccio che affrontiamo non permette punti di sicurezza. È una salita stupenda: il pendio, il vento, il rumore dei ramponi che prendono sul ghiaccio. Ci viene istintivo il desiderio di lodare il Creatore. Le brevi soste, i passaggi impegnativi che richiedono concentrazione assoluta, i consigli richiesti e dati sono tutte occasioni per continuare e migliorare il rapporto fra noi. Poi il ghiaccio si fa più fragile, diventa improvvisamente pericoloso. Esitiamo a proseguire, non dimentichiamo la prudenza. Ma sotto di noi si aprono 1.300 metri di scivolo, mentre sopra le nostre teste ne rimangono solo cinquanta di ascesa: tornare sarebbe molto più rischioso, quasi una follia. Continuo ad avanzare con cautela, vedo la cima avvicinarsi. Alberto è appena un metro dietro di me. Improvvisamente, con la coda dell’occhio mi accorgo che perde l’appoggio sui ramponi. La piccozza, pianta la piccoz- za!, gli grido. Inutile: lo vedo prendere velocità. Poi scompare. Scivolerà per 400 metri. Mio Dio, non puoi chiedermi tanto! Perché lui e non io?, mi chiedo sgomento. C’era tuttavia un amico, forse l’unico, che quella mattina ancora non aveva saputo della scomparsa di Alberto. Era proprio Carlo, rientrato d’urgenza il 16 agosto dal servizio militare, per sottoporsi ad accurate visite mediche, dopo aver subito uno strano svenimento e una progressiva paralisi degli arti. Aveva pure un gonfiore sospetto sul basso ventre. Qualcosa che da subito era apparso assai preoccupante ai medici militari. Fu don Vito a dargli la notizia della scomparsa di Alberto. Ricorda: Gli ho portato l’eucaristia a casa, perché non poteva più muoversi… Mi chiese se sapevo qualcosa di Alberto, perché da qualche settimana non aveva sue notizie… Non senza fatica gli dissi chiaramente che era andato, cadendo in montagna, era partito per il paradiso. Mi ricordo come fosse ieri il suo volto: già pallido, in quel momento diventò quasi di vetro. Le lacrime gli rigavano il volto. Era immobilizzato, come pietrificato, siderato dalla notizia. Non gli dissi null’altro, perché non c’era nulla da aggiungere. Ci siamo però messi a pregare insieme, chiedendo per Alberto il paradiso, subito. Si respirava un’aria quasi irreale in quella stanza, e avvertivamo che qualcosa di soprannaturale ci avvolgeva. L’operazione, per quanto disperata, riuscì, e terminò verso le due e mezzo del mattino del 4 settembre. Quando il chirurgo gli aprì la cassa toracica, si trovò di fronte a due polmoni invasi dal siero e dal sangue… Intanto medici e infermieri si erano accorti con malcelato stupore che un gran numero di persone aveva affollato silenziosamente i corridoi e i giardinetti dell’ospedale, e incominciarono a chieder loro un po’ interdetti: Ma voi, chi siete?. Erano in effetti tutti lì sotto alle finestre… Man mano che le ore passavano, il gruppo cresceva invece di assottigliarsi, e i nuovi arrivati venivano messi al corrente di quello che era successo nelle ore precedenti, dei bollettini medici informali e delle poche espressioni di Carlo che erano riusciti a sapere… E poi si recitava il rosario e si cantava sommessamente, in una vita di famiglia, preghiera e comunione. Chiara Lubich, quello stesso pomeriggio, scrisse nel suo diario: Ho saputo che stamani Carlo è andato in Paradiso. Prima di morire ha potuto leggere il mio telegramma che poi si è messo sul cuore, e raccogliendo tutte le forze, ha detto di ringraziare. Dunque tutto il nostro amore, l’amore di tutti i cuori dell’Opera, è stato portato in dono a Gesù. Carlo ne è stato l’ambasciatore. Dobbiamo pregare per lui, ma anche pregare per noi. Qualche giorno prima di morire, avendo chiesto una parola per i gen 3 che si erano riuniti, ha risposto: Dite loro di non mollare. Vorrei che i gen 3 si scrivessero tutti sul cuore queste parole che Carlo ha lasciato loro come testamento. Un esempio che trascina Stralci dalla prefazione del card.Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova Alberto ha lasciato scritta la sua esperienza di incontro con Dio, in Gesù: Lentamente la mia vita sta cambiando: c’è Qualcuno che entra sempre più nella mia giornata, è Gesù. Certi giorni corro per tutta la città, in qualche chiesa c’è l’ultima messa della giornata: lì posso incontrarmi con Lui nell’Eucaristia; per riuscirci esco prima dall’università, salto da un bus all’altro; ad un tratto penso: Alberto, un mese fa queste cose non le avresti fatte per nessuno, nemmeno per la tua ragazza. E Carlo prima di morire, ha detto agli amici intorno a lui: Sono alla fine! Volevo dirvi di essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro… Offro la mia vita per tutti voi, ma soprattutto per l’umanità che soffre… per i ragazzi del mio quartiere… per tutti quelli che ho conosciuto…. Ancor oggi, a distanza di anni, il loro esempio trascina. Alberto e Carlo – dicono quelli che li hanno conosciuti – sono come due conti correnti sempre aperti in cui continuano a maturare gli interessi!. Dobbiamo ricordare che l’uomo nasce dall’infinita santità di Dio e che perciò nel cuore dell’uomo si aprono misteriose profondità da cui si sprigionano desideri struggenti e incessanti nostalgie del cielo, che sono tutta la sua grandezza. La pienezza dell’uomo è, in definitiva, l’incontro con Dio

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