Il trionfo di Haendel

Un vero evento l’Amadigi di Georg Friedrich Haendel dato in forma concertistica all’Accademia Filarmonica Romana. Salutato da un pubblico entusiasta, è un tesoro di bellezze musicali. Mai un momento di stanca nello scorrere di recitativi – intensissimi -, arie, duetti e interventi orchestrali sorretti dal prezioso libretto in tre atti di Nicola Francesco Haym che, classicamente, impagina il contrasto amoroso fra Amadigi, Oriana, Dardano e la perfida maga Melissa (quanti ricordi del Tasso!) in quell’età senza tempo, cara al melodramma barocco e al suo gusto per l’allegoria e il finale ottimistico: dal male e dal dolore l’amore esce sempre vittorioso. Haendel e la sua epoca ci credono al trionfo della bontà sul male, pur passando attraverso il dramma. L’ispirazione rimane alta: si passa da arie di furore a momenti malinconici, dai duetti soavissimi (Caro amico amplesso, atto primo) alle invocazioni strazianti. Mai si perde il meraviglioso equilibrio dei sentimenti e delle situazioni: il tessuto orchestrale introduce, commenta e accompagna le voci con interventi fantasiosi (il fagotto e gli oboi, ad esempio, e lo splendido duettare delle trombe) creando un’aria musicale dolce e fresca, come nei dipinti del Tiepolo. La soavità melodica, la luminosità dei virtuosismi, il colore strumentale affascinante nella sua naturalezza – difficile enumerare le perle sparse nella partitura – dicono la genialità del teatro haendeliano che seduce, incanta, riposa, senza mai eccedere. Sempre autentico nelle emozioni, ideale nella concezione, libero dalle oscurità care al romanticismo e a certo Novecento. Il Concerto italiano, diretto con perizia da Rinaldo Alessandrini, fa risuonare dagli strumenti originali sonorità di pastello cui oggi non siamo più abituati, ma che dicono il gusto barocco per il suono caldo e pulito, vicino alla natura. Ottimo il quartetto di solisti: la protagonista Sonia Prina, contralto dal fraseggio duttile e dalla recitazione appassionata, il soprano Elisabetta Scano, timbro delicato e lucente; Eleonora Contucci, voce d’avorio nella difficile parte di Melissa, ed il bravissimo coltraltista Martin Orto (Dardano). Affiatamento unico fra solisti e orchestra, esito vivissimo, come alla prima, a Londra al King’s Theatre il 25 maggio 1715. INAUGURAZIONE DELL’ORL L’Orchestra di Roma e del Lazio ha aperto la stagione all’insegna dell’equilibrio. Il Beethoven gioiosamente scalpitante della Prima Sinfonia – Mozart e Haydn sono ormai all’orizzonte, si osservi l’elettricità dell’ultimo tempo – con Lü Jia guida sicura di un’orchestra cresciuta (ottimi la tromba e la fila dei violoncelli) ha chiuso la serata, avviata da Cristiano Burato, 26 anni, con Concerto in la min. per piano e orchestra di Schumann. Burato è un portento di limpidezza di tocco, energia misurata, abbandono, cari al romanticismo suadente del brano, che è prima di tutto un lasciarsi portare, dalla mente e dalla fantasia, in un gioco di rimandi e di intuizioni nei territori mai abbastanza esplorati dell’anima.Apertura al nuovo, infine, con le Melodie nascoste di Francesco Antonioni, 33 anni, uno dei giovani autori contemporanei in ascesa. Due tempi ove si glissa fra suggestioni melodiche arcaiche e mediterranee, invenzioni armoniche balenanti: un pezzo di chiarezza esemplare, reso benissimo dall’orchestra nel suo sovrapporsi di melodie e scale, che fanno intuire un’alba primordiale da cui tutto si diparte. Pubblico folto, successo molto vivo, applausi fitti al bravissimo pianista e all’energico direttore.

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