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Cultura > Cinema

Il tempo che ci vuole

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Francesca Comencini racconta il rapporto con il padre, il celebre regista Luigi. Un film drammatico e giocoso di notevole intensità

La regista italiana Francesca Comencini (al centro) con gli attori italiani Fabrizio Gifuni (a sin.) e Romana Maggiora Vergano (a des.) arrivano per la prima di “Il Tempo che ci vuole” durante l’81° Festival del Cinema di Venezia, 6 settembre 2024. Il film viene presentato fuori concorso al festival che si svolge dal 28 agosto al 7 settembre 2024. ANSA/FABIO FRUSTACI

Il tempo è importante. Passa. Muoiono i padri, i figli crescono, i padri da amici diventano distanti, i figli nell’adolescenza si perdono fra droga e ribellioni sessantottine sullo sfondo degli Anni di piombo e poi però si ritrovano. Il padre si ammala, ma vuole ancora girare un ultimo film, la figlia è cresciuta, fa la regista, il padre la ammira ma non è d’accordo con i registi attuali che parlano sempre di sé: lui parlava per il pubblico, perché «prima c’è la vita, poi il cinema».

Ecco in sintesi l’avventura di Francesca con suo padre. Solo ora lei racconta di lui, del loro rapporto bellissimo e magico quando lei era piccola e Luigi girava il meraviglioso Pinocchio. Poi lei è cresciuta, il padre l’ha seguita, aiutata a crescere, anche con durezza. Ora Francesca, a 62 anni, rivive esperienze passate, luoghi, persone ma non parla di tutta la sua famiglia, racconta solo di lei e di suo padre.

La bellezza di questo film teatrale e fantasioso – stupende le riprese di Pinocchio al tramonto – sta nella sincerità del racconto, nei luoghi più rivisitati sull’onda del ricordo che riprodotti realisticamente, nei dialoghi e nei silenzi, tutto pieno di vita e di passione.

Bisogna dare atto ad un attore di signorilità innata e di grande talento come Fabrizio Gifuni di esser “diventato” Luigi con un impegno assiduo e una naturalezza disarmante così come la Francesca interpretata da Romana Maggiora Vergano.

Teatrale lo è il film perché spesso si svolge al chiuso di una stanza e anche quando i due camminano per Parigi sembra di stare all’interno di un teatro di posa o di un cinema, specie quello muto così amato da Luigi. Le luci sono smorzate negli interni, solari e naturali all’aperto, ci sono momenti di folla urlante e di silenzio opprimente quando padre e figlia si scoprono diversi, quando lei gli mente e lui rimane deluso. Momenti di reciproca infelicità, con la malattia che prende il padre e genera nella figlia un ritorno amorevole di compassione, che rappresenta uno dei momenti più commoventi di un film per alcuni versi anche angoscioso, dove la morte fa la sua comparsa ma in un modo drammaticamente leggero e fantasioso, come era l’animo di Luigi e come Francesca ora lo sente, riuscendo finalmente a raccontare la vita insieme. Così il film prende ali e diventa da autobiografia rivisitata un discorso largo, aperto sulla vita di un padre e di una figlia. Da non perdere.

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