Il Surrealismo? Sono io!

Parola di Salvador Dalì. Un rassegna a Roma ripercorre vita e opere del fantasioso artista catalano.
La Madonna di Port Lligat

Mitomane. Esagerato. Sfruttato e sfruttatore dei media. Morto a 85 anni, dopo mille stranezze, nel 1989. Quante se ne sono dette – e se ne dicono – sul “folle” artista catalano.
Se è vero che nella storia dell’arte – e forse della vita – le persone si distinguono in ricercatori e in conservatori della verità, è certo che Salvador appartiene alla prima schiera. Quella cui appartengono Pontormo, Parmigianino, Rembrandt, van Gogh, Gauguin, Klimt, Pollock e Picasso.
Lui, Salvador, che i genitori incoraggiano verso l’arte, perde la madre a 16 anni: «La disgrazia più grande della mia vita», dirà. Poi, si butta nella pittura. Adora Cézanne, conosce Picasso – e Gala, la donna della sua vita, la modella ispiratrice –, cerca l’estasi e vede nel movimento surrealista di Breton e compagni la via per realizzare «quello che io vedevo e gli altri non vedevano».
L’anima iberica dei Goya – quello delle “pitture negre” –, del Greco, di Zurbaràn e Ribera, riverbera in Salvador con tutta la potenza visionaria. Quando a Montmartre, a Parigi, ho visto i suoi disegni della Bibbia e poi a Berlino quelli sul Don Chisciotte di Cervantes – in mostra anche a Roma –, sono rimasto allibito.
Una fantasia vorticosa, sfrenata, un segno preciso nel “dire” cose e persone in un attimo, si univano, poi, nei dipinti, a quella mistura di classicità – Raffaello e Michelangelo –, di tensione metafisica – De Chirico –, di sete di modernità – dai sipari teatrali agli oggetti –, trasformati in visioni oniriche.
 
Dalì infatti vede ciò che esiste in una realtà che non solo lo trascende, ma lo trasforma. Possono risultare queste metamorfosi stridenti, incomprensibili; o dolci, spirituali. Sempre, egli vi innesta una tensione immaginativa che è “oltre”. Dalì non va al di là delle cose, c’è già. Prima di noi. Per questo la sua è un’arte difficile, talora manierata, anche commerciale. Ma sempre, con un guizzo di originalità, un’ansia di creare qualcosa di nuovo. Può passare dal Ritratto della sorella (1925), energico come una dama del Quattrocento, all’Eclisse e osmosi vegetali (1934) di uno spazio giallo oltremondano, con il cavallo che diventa edera; rivisitare la Leda leonardesca, ritraendovi la moglie in un paesaggio lunare, o sublimare (e ritrovare) la madre nella Madonna di Port Ligur, frammento intimo sospeso sopra il chiaro mare della storia (perché Salvador ha un senso formidabile della storia, come pochi artisti).
Affascinato da ciò che è mistero, Dalì nel 1981 compone Il cammino dell’enigma. Vera pittura filosofica, dove la strada che porta al sole lunare alto nel cosmo è costeggiata da alberi-sacchi sospesi nell’aria. In fondo, il pallore di questo sole (Dio?, l’Assoluto?) sovrasta come una meta il cammino dei mondi verso l’eternità.
L’anno dopo rivisita la Pietà michelangiolesca. Ne scava all’interno finestre che danno su altri mondi, con tinte argentee e delicatezze di pastello. Oltre la Pietà ci sta l’altro mondo, quello dei sogni infantili, magici, da cui Dalì mai è uscito.
Forse è questa una chiave per comprendere il suo mondo, fatto di bizzarrie certo, ma pure di accostamenti straordinari – si pensi ai suoi Cristi sospesi nel vuoto (nel nulla?) –, di visioni neobarocche che vogliono forzare il tempo, e ci riescono; di magma dove ciò che è minerale, vegetale e umano sta accanto con (per noi) incomprensibile tranquillità, posto sotto l’occhio di una luce cristallina.
Perché la luce, in Dalì, è “luminosa”. Anche le ombre riverberano qualcosa che parte dal sole.
Follia? O una sorta di approdo mistico? Chi osserverà la rassegna di dipinti, disegni, foto e film forse troverà una risposta. O resterà nell’enigma. Come piaceva tanto a Salvador.
 
Dalì, un artista un genio. Roma, Vittoriano. Fino al 1/7 (cat. Skira).

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