Il sorriso di un bambino

È andato in onda il 10 novembre ed è possibile vederlo su Raiplay, il documentario che racconta la storia di Michelangelo Bartolo, il medico che inventò la telemedicina, all'interno del progetto Dream della Comunità di Sant'Egidio
Il sorriso di un bambino

Il sorriso del titolo è quello di Salimu, che nel 2008 aveva 8 anni e stregò il medico Michelangelo Bartolo quando arrivò nel centro sanitario Dream di Arusha, in Tanzania. Camminava con difficoltà, mediante una stampella e sua nonna portava con sè una tac senza referto. Bartolo, che non è un radiologo, provò a ingegnarsi: non c’era internet, ma avevano un’antenna satellitare. Le foto che scattò riuscì a trasmetterle a Roma, a un collega del San Giovanni. Da lì una giusta diagnosi e una nuova terapia per Salimu. Era la telemedicina, e discutendo coi medici locali, per accompagnare e sostenere il sorriso di quel fanciullo (e di altri come lui), Bartolo realizzò una piattaforma automatica, gratuita, all’interno del progetto Dream, che metteva in collegamento la richiesta di un centro sanitario di Arusha con gli specialisti in Italia.

«Oggi abbiamo sviluppato una piattaforma che garantisce questo servizio in 49 centri di 11 Paesi dell’Africa subsahariana», spiega il medico nel documentario Il sorriso di un bambino, che – prodotto da Alveare cinema in collaborazione con Rai Documentari – è andato in onda su Rai3 in prima visione il 10 novembre, alle 16.20. «200 bravi medici specialisti – continua Bartolo con la sua luminosa semplicità – danno il loro consiglio diagnostico e terapeutico a distanza». Sta in questi passaggi il cuore di un docufilm che sa unire scienza, tecnologia e umanità e parlarci di ponti tra Europa e Africa, di raggi di luce e speranza tra continenti e culture, nel nostro tempo plumbeo. Michelangelo Bartolo lavora al San Giovanni di Roma e come volontario al San Gallicano: l’hub vaccinale della comunità di Sant’Egidio, offrendo servizio a persone senza fissa dimora. «Oggi l’Africa è molto più vicina rispetto ad anni fa», aggiunge in un altro frammento del documentario diretto da Paolo Bianchini, questo anche «grazie ai servizi di telemedicina: con pochi click e in pochi secondi siamo collegati con moltissimi Paesi». E proprio tra Paesi si muove questo medico appassionato e creativo: tra l’Africa, sulla quale ha anche scritto dei libri (il primo è La nostra Africa) e l’Italia, Roma in particolare. Qui lo vediamo lavorare al suo progetto, girare per le vie della città con il suo scooter, incontrare persone da curare, altre con cui parlare e luoghi legati alla Comunità di Sant’Egidio: La Trattoria degli amici a Trastevere, La scuola della Pace al Laurentino 38.

Sull’Africa, Bartolo dialoga con mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, il quale commenta: «Quello tra Europa e Africa è un rapporto obbligato. Ce lo obbligano la Storia e la geografia». Aggiunge che «una cultura impreparata e miope ha pensato che questo rapporto potesse essere solo un grande muro nel Mediterraneo: una follia. Spirituale, umana e storica». Inevitabilmente, nel film tocca il tema dei migranti: Bartolo parla di un suo viaggio nei campi profughi sull’isola di Samos, in Grecia, della situazione che c’è là e di come quella che doveva essere una vacanza al mare è divenuta tempo fertile speso a visitare persone bisognose.

Sull’attenzione ai più poveri, e sul valore della telemedicina, il protagonista dialoga anche con Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il quale la definisce «cosa molto intelligente» perché permette di aiutare constesti che altrimenti «non ne avrebbero le capacità». È anche il modo «per regalare il tanto che abbiamo a chi non ha nulla». La telemedicina, continua Zuppi, «ha salvato la vita di tante persone e ha fatto sviluppare una capacità diagnostica per la quale sarebbe stato necessario molto più tempo, il che vuol dire più vite perdute». Inoltre con la telemedicina si fa «formazione», ha osservato Bartolo negli anni e «l’Africa diventa vicina: entra nel cuore di tanti europei e viceversa». Dentro questo segno, prosegue Paglia, ci sono moltissimi significati: «Sentiamo gli africani come fratelli e sorelle, con gli stessi diritti, le stesse speranze, gli stessi sogni».

C’è insomma “gentilezza” nel lavoro di Michelangelo Bartolo; quella di cui scrive papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, parlando di come stiamo tutti sulla stessa barca e possiamo starci in tanti modi. Uno è quello di «sorridere al prossimo», sintetizza Zuppi, e proprio con un sorriso, quello di Salimu oggi, adulto, si chiude questo encomiabile lavoro, questa nota di energia positiva in mezzo alla cupezza dei giorni recenti, questo gesto di altruismo nutriente, perché, come chiosa Paglia, «chi vive per se stesso muore, chi invece vive per aiutare gli altri raddoppia».

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