Il sole nella voce

Conversare a Roma, a tarda sera, con Massimo è un vero piacere. Perché lui, triestino d’adozione ma napoletanissimo d’origini e di carattere, è personaggio solare, aperto, sereno. Massimo, sei arrivato al canto quasi per scherzo, dopo il diploma in flauto al Conservatorio di Trieste. “Devo ammettere che questa passione nasce dal sogno di mio padre di poter cantare, cosa che non è riuscito a fare. Comunque è vero che ho iniziato per gioco. Era l’89, ci trovavamo in una classe del conservatorio con un amico, un bravissimo pianista non vedente, lui suonava, io cantavo. Mi dice: “Hai una voce molto bella, perché non fai un’audizione?”. E io “Ma no!”. E lui: “Prova, magari ti prendono nella classe di canto”. Preparammo un paio di brani – uno era Core ‘ngrato -, e fui preso. Mi stavo preparando al diploma di flauto, per cui lo studio vero e proprio iniziò l’anno seguente. Ho avuto la fortuna di essere seguito da una grande insegnante, Cecilia Fusco, che mi ha incoraggiato a continuare e” a studiare. Cosa che faccio tuttora, ogni giorno. Così, da un qualcosa nato per scherzo, è avvenuto un cambio di marcia che mi ha portato a scelte molto più serie”. Debutto “ufficioso” a Spoleto nel ’97, ufficiale a Parma nel dicembre ’99 nel “Romeo e Giulietta”. Incisioni con Abbado di brani dal “Falstaff “, di opere come “I Lombardi”, Mozart a Napoli, “Bohème” a Roma” Insomma, un avvio veloce, e alla grande. “Ammetto che aver interpretato Don Ottavio nel Don Giovanni mozartiano è stata una sfida con me stesso, non me l’aspettavo di portarla a termine. Ma è stato interessante confrontarmi con Mozart, che per me è il genio assoluto, perché con lui non ci si misura solo tecnicamente, ma anche sotto il profilo musicale. Io ho poi un mio punto di vista riguardo alla tecnica del canto: credo che ogni autore richieda un diverso approccio, anche se la tecnica di base è uguale per tutti” “Certo, ho una predilezione per i francesi, come il Massenet del Werther (un suo cavallo di battaglia, ndr), non so bene perché: forse mi aiutano a cantare, hanno un senso di malinconia, di tenerezza, qualcosa che si confà molto al mio carattere e quindi riesco a dare delle sfumature più delicate, più sentite. “Comunque, amo molto autori italiani come Donizetti e Puccini: l’anno prossimo debutterò al festival di Glyndebourne nel Gianni Schicchi. E poi ci ritroveremo a Caracalla nel 2004 per il Requiem verdiano “. Massimo, sei passato dal flauto alla voce. Ma il canto cosa ti dà? “Credo che sia la mia vita. Voglio cantare fin quando farò emozionare e mi emozionerò, perché credo fermamente che chi va a teatro non ami solo sentire una bella voce, ma ci vada per staccarsi dal quotidiano. E se tu riesci per il breve tempo di un’opera lirica, a portare con te, grazie alla tua arte, il pubblico per fargli vivere la storia che tu stai vivendo, credo che questa sia una grande vittoria. Certo, girando per l’Europa, ho trovato un pubblico più o meno acculturato. Ma vedo che ogni pubblico risponde bene quando gli dai qualcosa, ti ricambia con affetto, dicendoti grazie per quel paio d’ore di felicità che gli hai fatto vivere. Quando si apre il sipario – mi ricordo in particolare a Salisburgo e al Covent Garden a Londra – e mi trovo davanti centinaia di persone che aspettano qualcosa da me, è una delle emozioni più belle: a volte vorrei avere una telecamera interna per far vedere al mondo tutto ciò che provo. Anche perché il palco- scenico è quello che dice la verità: là noi portiamo noi stessi e la gente coglie chi sei tu veramente”. Certo, nella voce hai un timbro argentino, molto fresco. “Credo che anche la voce, e non solo gli occhi, sia lo specchio dell’anima, perché ognuno possiede un qualcosa che fa da tramite fra lui persona e l’esterno, esprime ciò che si ha dentro. Secondo me, bisogna essere innamorati di quello che si fa, innamorati della vita, avere traguardi sempre nuovi da raggiungere. Per esempio, la mia prossima Bohème la voglio migliorare, cogliere altre sfumature, perché uno spartito è come una tavolozza di colori e noi cantanti i pittori. Dovremmo farlo con coscienziosità e fierezza, dicendo “Dio, ti ringrazio di quello che mi hai dato, spero che continui per il futuro””. Parliamo di te come persona. Come ti definisci? “Oggi come oggi sono tranquillo, il che non si può dire di qualche anno fa. Probabilmente dipende dal fatto di essere sposato, avere una bambina, Sofia; osservo quanto questo influisca non solo nella vita quotidiana ma nel canto: ho un approccio diverso, forse perché vedo la vita da un altro punto di vista, ora che sono padre. C’è in tutto una maggiore consapevolezza, nel cammino di vita con mia moglie, nella figlia che cresce” Mi sembra ci sia una m a t u r a z i o n e non solo umana, ma artistica: quando rivedo alcune cassette mie passate o recenti, mi accorgo che oggi ho un approccio diverso al canto. Sofia, la mia bambina, mi ha cambiato la vita ed è una cosa di cui vado molto fiero. Ci tengo a dire infatti che io metto la famiglia al primo posto: credo che questa sia la cosa che mi dà più forza”. Accanto alla figlia Sofia, c’è un altro grande amore nella tua vita” “È mia moglie Alexandrina, di origine russa, pianista. Da un incontro casuale sono scaturiti dei sentimenti che mi hanno portato al matrimonio. È stata una storia bellissima, tuttora ne sono molto felice. Ma devo il fatto di possedere dei valori ben radicati ai miei familiari che (2) Corrado Maria Falsini sono molto credenti – lo sono anch’io -: sono stati loro a trasmettermi i valori ideali che dovrebbero esserci in ogni famiglia”. Torniamo ancora alla musica. Hai cantato con direttori come Abbado, Maazel, Pappano. Sei stato “lanciato” da Gelmetti. Che impressioni ne hai tratto? “Beh, è difficile dirlo, perché ognuno di loro è differente dall’altro. Di base c’è una grande preparazione musicale, però confesso che sono persone con qualcosa di diverso dagli altri, lo chiamerei un “carisma”. Ci tengo poi molto a parlare di uno di loro, Gianluigi Gelmetti. È stato il primo direttore a credere in me, facendomi debuttare a Roma, al Teatro dell’Opera, nello Jongleur de Nôtre Dame di Massenet. Io conservo verso di lui un debito immenso di gratitudine, perchè ha creduto in me ed io per tutta la vita crederò in lui. Per me infatti essere riconoscenti verso le persone che ti hanno aiutato è il segno che forse hai capito cosa è la vita”. A 32 anni, hai certo ancora dei sogni. Quali? “Un sogno artistico è poter debuttare nella Lucia di Donizetti. Un sogno umano, in questi tempi di guerre, di confusioni, è che bisogna trovare in noi stessi la forza di dire di no ad una certa direzione che non porta al bene. Io spero di non dire una cosa scontata, ma il mio sogno è di arrivare ad aiutare le persone attraverso la mia voce. Non so in che modo, ma questa è una mia grande convinzione “.

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