Il sogno di Armitage

Sono lontani ormai i tempi in cui, allieva di Balanchine e poi interprete di Cunningham, Karole Armitage si costruì dopo un’immagine di ballerina trasgressiva e coi capelli punk che invece delle punte si ergeva in vertiginosi tacchi a spillo. Un’anticonformista dal gesto rabbioso che negli anni Ottanta stupiva per le sue piroette sul crepitio di chitarre elettriche. Fino agli anni Novanta il suo stile ha intrecciato quotidianità e trash, fiaba e mito: una ventata d’aria fresca che ha trasformato il balletto accademico in una danza di culto generazionale. Ha firmato video per Madonna, collaborato con James Ivory, danzato sulle note di Jimi Hendrix e Stravinskij, flirtrato nelle sue coreografie con l’arte di Jeff Koons e con quella di Warhol. Ora, da qualche anno, ha ridefinito le linee simmetriche del neoclassico e del moderno, restituendoci una danza pura, astratta, una grammatica del corpo in azione che mette in campo geometrie variabili in cui il nitore del codice accademico è trasfigurato. Come nella nuova creazione eseguita dalla sua giovane compagnia Armitage Gone! Dance dal titolo In this dream that dogs me. Gesti fluidi e scattanti, netti e sinuosi, che risaltano sul fondale rosso cremisi che delimita il palcoscenico. I cinque danzatori dialogano con la musica dal vivo di quattro strumentisti, disegnando nello spazio una calligrafia di segni ispirata all’arte cinese del Thai Chi e coniugata con la street dance. Dal fascino degli ideogrammi fa pulsare un’anima interiore, un anelito di libertà che si esprime in intrecci e distacchi. Un sogno che s’invola nel finale corale. Divisa in tre tempi, la coreografia ha momenti di intensa grazia e originalità, specialmente nel quartetto iniziale, ma cede nei duetti e negli assoli, raffreddando l’attenzione.

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