Il sogno di Adriano

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Fu il sogno di un imperatore, il tentativo di compendiare le esperienze di una vita – col suo amore per la classicità a cui s’era abbeverato nei suoi viaggi da vero turista ante litteram e con la sua ambizione architettonica – in qualcosa di tangibile: quasi un percorso ideale tra padiglioni e corpi di fabbrica armonicamente fusi con la natura. Rivivesse oggi, Adriano, l’imperatore poeta, non riconoscerebbe più la Villa tiburtina che negli ultimi anni lo accolse stanco e malato, nelle aule scoperchiate, nei peristili deserti vasti quanto una piazza, nelle mura sbrecciate d’impressionante imponenza. Al posto dei giardini dove la natura era stata piegata a forme aggraziate e inusitate dalla raffinata ars topiaria, una lussureggiante vegetazione piranesiana in cui dominano secolari cipressi, pini, lauri e olivi. Acque ferme e silenziose nel Pecile, nel Canopo o nel tranquillo recesso del Teatro Marittimo, invece di scroscianti zampilli e cascatelle ad animare per ogni dove bacini e fontane. E che dire dei marmi, mosaici, affreschi, e del popolo di statue che rendevano magnifica questa sorta di Versailles alle pendici dei Monti Tiburtini? Distrutti o andati ad arricchire i musei d’Italia e di mezza Europa. Solo alcuni lacerti occhieggiano qua e là, esempi di un gusto squisito. Pur tuttavia, ridotta com’è al solo scheletro, senza orpelli che potrebbero frastornare, Villa Adriana svela forse ancor meglio l’intimo di colui che – come s’era dimostrato accorto organizzatore dell’impero – così ispirò in ogni particolare, quando non vi intervenne direttamente, la progettazione della sua dimora più “sua”: dalla disposizione solo apparentemente casuale delle diverse fabbriche, alle ardite volte e cupole per le quali un tempo era stato schernito dal sommo Apollodoro, al reticolo di vie sotterranee, alcune anche percorribili con carri (una sorta di “metropolitana” dell’antichità, per consentire il perfetto funzionamento di questo gigantesco complesso senza turbare la quiete dell’illustre ospite e della sua corte). Un esempio, nel frigidarium delle Grandi Terme: quel brandello di vol- ta prodigiosamente inarcato contro il cielo non sembra esprimere visivamente le tensioni che dovettero agitare l’inquieto Adriano? Lui, anima tesa ad assommare in sé tutto lo scibile, ad affermarsi in tutto e su tutti, al tempo stesso “austero e crudele, serio e giocoso, temporeggiatore e affrettato, avaro e liberale, simulatore e aperto, crudele e clemente, e sempre vario in tutto” per dirla con un antico biografo. Ma poi – e forse proprio in questa dimora serena, al riparo dal tumulto della capitale – ecco il presentimento della fine: “Animula vagula blandula… “: versi famosi che, se non approfondiscono il mistero dell’aldilà ma solo lo sfiorano, hanno pur sempre un loro fascino per la tenue malinconia che li permea; e che mostrandoci un Adriano indifeso di fronte all’incognita della morte ce lo fanno sentire uomo vicino a noi.

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