Il silenzio eloquente di Benedetto XVI

Oggi è il compleanno di Joseph Ratzinger: per un giorno i riflettori torneranno sul papa emerito, ma domani si spegneranno di nuovo. Una riflessione sulle parole che noi non sentiremo, ma che Benedetto probabilmente dirà a Dio
Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo

I riflettori sono tutti puntati su papa Francesco. Ha i suoi settantasei anni suonati, ma per un papa non sono molti, anzi appare giovane, dinamico, creativo. Continua ad essere oggetto quotidiano dei discorsi della gente. I suoi libri e i libri su di lui sono schizzati in cima alle classifiche, così come i filmati che circolano su youtube.

Il vecchio papa invece è entrato in un cono d’ombra mediatico. Forse oggi ci sarà un breve ritorno di fiamma, per ricordare i suoi 86 anni. Domani sarà di nuovo il silenzio, anche se non l’oblio.

È proprio il silenzio la nota che sembra caratterizzare questo momento della sua vita. Non tanto il silenzio su di lui, ma il silenzio di lui. Sappiamo che è nella residenza di Castel Gandolfo, ma non si affaccia più al balcone e non lo si sente più né il mercoledì all’udienza né la domenica all’Angelus. Sappiamo dov’è, ma non sappiamo cosa fa: abbiamo visto soltanto una foto strappata da un settimanale alla sua privacy e un breve filmato in occasione della visita di papa Francesco. Per il resto niente, sembra scomparso.

Non parla più il vecchio papa. O meglio, non parla a noi. Continua a parlare, ma la sua voce si dirige altrove, in alto. L’aveva annunciato al momento del suo ritiro: «Il Signore mi chiama a 'salire sul monte', a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione». È il suo modo nuovo di servire la Chiesa, con la dedizione e l’amore con cui l’aveva fatto da papa, «un modo più adatto alla mia età e alle mie forze».

Non vediamo cosa fa, ma sappiamo cosa fa. Fa come Gesù, che di notte si ritirava sul monte a pregare. Cosa diceva Gesù al Padre in quei suoi colloqui solitari e prolungati? Rimane il suo segreto. Ma l’ultima sera, dopo aver cenato con i suoi, Gesù parlò al Padre ad alta voce, consentendoci di entrare in quel colloquio. Pregava per i suoi discepoli, per quanti il Padre gli aveva affidati, per la comunità futura, per l’umanità intera, perché tutti fossero uno. Forse soltanto in quel momento, grazie a quella preghiera, i discepoli si resero conto di quanto Gesù li aveva amati e li amava.

Se potessimo entrare nella cappella di Benedetto XVI ci troveremmo anche noi davanti a un Gesù che continua a pregare il Padre per noi, e come i discepoli anche noi ci renderemo conto di quanto egli ci ha amato e ci ama. Come c’è un Gesù che passa tra le folle e annuncia il Vangelo e compie miracoli, c’è un Gesù che alza gli occhi al cielo e sostiene la vita e l’opera della Chiesa.

Nel suo silenzio Benedetto parla dunque a Dio, ma con il suo silenzio parla anche a noi. In modo nuovo rispetto a come ha parlato in questi anni. Quanto è eloquente il suo silenzio. Dice che senza la presenza del Signore il nostro lavorare rischia d’essere vano, che senza radici l’albero non cresce e senza fondamenta la casa crolla. Proclama la fecondità dell’umiltà che, secondo l’etimo latino, rimanda all’humus, alla terra buona, capace di dare frutti buoni, quelli che ogni stagione può e deve dare, e non altri. Ricorda che il vero potere è quello di dare la vita, di aver cura dell’altro, di servire. Benedetto XVI continua a fare quello che si era proposto quando apparve alla loggia di san Pietro il giorno della sua elezione e disse: «Sono un umile servitore nella vigna del Signore».

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