Il senso della vita

Canale 5, giovedì ore 23.15 Ancora non c’è. E per questo lo sogniamo tutti. Il programma televisivo ideale è la summa del meglio che possiamo sperare di vedere sul piccolo schermo. Una trasmissione perfetta che probabilmente non potrebbe prescindere da alcune virtù: capace di trasmettere messaggi positivi ma senza tediare, al fianco di chi fa solidarietà ma senza far difetto d’ironia, impegnato ma non troppo impegnativo, vivo e vivace, in grado di sollevare l’anima suscitando l’emozione e magari un sorriso. Lanciato in orbita dagli ascolti con i pacchi, a caccia di rivincite dopo i cattivi umori e la penombra di Serie A, Paolo Bonolis ha deciso che sarebbe stato lui il cavaliere a fare l’impresa: partorire il programma perfetto. Fin dal titolo non ha nascosto le sue ambizioni. Il senso della vita ha chiamato la sua ultima sfida, il più importante e atteso della sua carriera lo ha subito definito. Sentendosi troppo stretto nei panni dell’intrattenitore, poco incline a sentirsi solo un comico dall’accento romanesco, un po’ come Celentano, anche Bonolis ha deciso di sparare altissimo. Adesso insegue la trasformazione definitiva. Il presentatore più popolare che parla della cosa più impopolare: scoprire il senso più profondo del nostro stare su questa Terra. Quasi il rovello filosofico per eccellenza: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Il programma che sta andando in onda al giovedì notte su Canale 5 (termina oltre le 01.30) soffre di questa eccessiva ambizione. Si fa guardare e apprezzare per i suoi alti obiettivi, ha il merito di portare sul palco di un grande show da seconda serata personaggi che parlano di valori e raccontano storie finalmente edificanti. Ma troppo spesso da buono diventa buonista, il racconto nobile di ciò che è bene trascina con sé una ingombrante zavorra di retorica e moralismo. Bonolis da grande affabulatore, affidandosi alla sua fluente e colorita oratoria, trascina lo spettatore dentro storie di dolore e solidarietà, spesso però cercando con troppa insistenza la commozione, il groppo in gola, la standing ovation, la lacrima. Senza contare che Bonolis crea qualche scompenso giocando con i vari registri. Passa di continuo dal tono alto a quello basso, da duetti ricchi di doppisensi con il ritrovato Luca Laurenti a vicende umanamente delicate. In chiusura poi presenta l’hit parade delle cose per le quali vale la pena vivere dove Dio sta al fianco dei più bassi istinti. Tutto dovrebbe tenersi insieme. Ma così non è. Non sempre almeno.

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