Il secolo di Visconti

A cent’anni dalla nascita del grande regista milanese si conferma l’attualità della sua opera che ha illuminato la scena culturale del Novecento. Adorava Shakespeare, Checov e Verdi: questa l’epigrafe che Luchino Visconti avrebbe voluto fosse incisa sulla sua tomba ed è sintomatico della complessa e sfaccettata personalità del regista l’assenza di ogni riferimento al cinema. Del resto storia, umanità e melodramma possono essere considerati i vertici del triangolo che racchiude tanto le tematiche quanto la cifra stilistica che rappresentano più di ogni altro elemento il carattere distintivo della sua opera. Il suo primo film da regista è Ossessione, del 1943. Un esordio fulminante con un film rivoluzionario che scompagina i canoni stilistici, tematici ed estetici dell’epoca e che segna, di fatto, la na- scita del neorealismo italiano. Per Visconti il cinema è poesia che nasce dalla realtà e coerentemente mette in scena una storia dalla straordinaria forza espressiva che per la prima volta inchina la macchina da presa sull’umanità derelitta mettendone in risalto tutta la passione e vitalità. Alla fine della guerra si dedica intensamente all’attività teatrale, dedicandosi con entusiasmo allo svecchiamento di un repertorio, quello italiano, annichilito da anni di autarchia fascista. Ma il cinema resta la sua predilezione e, dopo La terra trema (da I Malavoglia di Verga, girato in dialetto siciliano e per questo accolto piuttosto freddamente) e il successo di Bellissima (con una straordinaria Anna Magnani, in cui è chiara la condanna al rutilante mondo dello spettacolo), Visconti sorprende ancora con Senso, grandioso affresco storico dove l’amore per il melo- dramma si sposa con un nuovo modo di leggere criticamente la storia attraverso i drammi privati. È l’abbandono del neorealismo (una formula che si è tramutata in condanna ) e l’approdo a quella nuova corrente che sarà definita realismo sto- 69 Città nuova • n.22 • 2006 ARTE E SPETTACOLO rico, naturale evoluzione dell’inquieta ricerca artistica del regista milanese. La crisi creativa e produttiva che vive il cinema italiano degli anni Cinquanta non condiziona Visconti che, dopo Le notti bianche, firma con Rocco e i suoi fratelli un capolavoro di rara potenza narrativa nel quale il dramma dell’emigrazione nel Nord Italia assume i contorni della tragedia greca. Qualche anno dopo, nel 1963, Visconti firma il suo film forse più riuscito, Il Gattopardo. Un film per molti versi paradigmatico, dove la poetica viscontiana trova la sua più compiuta realizzazione e la rilettura critica della storia fotografa la crisi di ideali e di valori che non è solo del meridione o italiana, ma si allarga a tutto l’Occidente. Un tema che tornerà nella trilogia tedesca (La caduta degli dei,Morte a Venezia e Ludwig), quando il suo cinema comincia a tradire una certa pesantezza, condizionato da quel tratto decadente che segnerà l’involuzione delle sue ultime opere (Gruppo di famiglia in un interno e L’innocente). Visconti muore nel marzo del 1976 a settant’anni. Aristocratico e comunista, credente ma non osservante, innovatore e tradizionalista, attento alle tematiche sociali ma orgoglioso del suo titolo nobiliare (sul set pretendeva di essere chiamato signor conte), Visconti ha riflesso nella sua sfaccettata personalità le ambiguità e le contraddizioni di un secolo, dalla vitalità del dopoguerra alla decadenza, anticipata con lucida premonizione, di fine millennio.

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