Il saluto di Carey

“La sua visita è un segno vivo dei rapporti stretti che si sono costantemente sviluppati nel corso degli anni fra la Comunione anglicana e la Chiesa cattolica”. Con queste parole, lo scorso 21 giugno, il papa ha salutato l’arcivescovo di Canterbury George Carey, ricevuto in udienza a pochi mesi dalla fine del suo incarico. Già da gennaio, infatti, il presidente della Comunione anglicana ha annunciato il suo ritiro per il prossimo 31 ottobre, dopo undici anni di servizio da lui stesso definiti “impegnativi e affascinanti”. Carey ha ringraziato il Santo Padre per il suo grande coraggio, la sua sapienza e la sua santità di vita ed ha sottolineato che “il ministero petrino ha reso possibile per noi riflettere sui modi in cui un primato di amore e di servizio potrebbe essere un dono da condividere”. Giovanni Paolo II ha evidenziato i progressi compiuti negli ultimi undici anni. Ha citato la dichiarazione comune firmata nel 1996 ed ha ricordato come “abbiamo cominciato a raccogliere i frutti di questo spirito di perseveranza mediante la creazione della nuova Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione”. Il Santo Padre ha ringraziato l’arcivescovo di Canterbury del suo impegno a favore della pace in Terra Santa, soprattutto al fine di “sostenere il dialogo tra leader cristiani, ebrei e musulmani in vista di una soluzione definitiva”. Durante la sua breve visita in Italia, Città nuova ha incontrato Carey nel Centro anglicano di Roma. Come rendere più visibile l’unità tra i cristiani? “Penso che dovremmo cercare di riunire insieme i cristiani a livello di chiese locali. A Windsor (Inghilterra) il 2 giugno è stato firmato un importante accordo tra me, il cardinale Murphy O’Connor ed altri leader cristiani. Abbiamo deciso di andare più in profondità nelle relazioni tra di noi. “Quindi ci vuole un progresso su due livelli: uno locale, condividendo la comune missione con azioni concrete, ed allo stesso tempo progredire nel dialogo teologico”. La Chiesa anglicana è molto attiva nel dialogo ecumenico però permangono ancora ostacoli con la Chiesa cattolica? “Nel momento presente sono l’infallibilità del papa e la comprensione che abbiamo di Maria. Ma anche in entrambi questi campi di disputa dottrinale dei progressi sono stati già fatti. “La divisione è avvenuta 450 anni fa e dobbiamo aspettare qualche anno per ottenere l’unità che vogliamo. Occorre essere pazienti, credere nell’unità e non dimenticare che abbiamo fatto progressi eccezionali dal Concilio Vaticano II ad oggi. Spero, finché sarò vivo, di vedere ulteriori progressi”. Qual è la sua ricetta per il dialogo? “È l’amicizia. Sia la Chiesa cattolica che la Comunione anglicana hanno molto in comune. È molto più quello che ci unisce che quello che ci divide. Lavoriamo a partire dai valori condivisi, dalla teologia che abbiamo in comune, da ciò che entrambi comprendiamo: l’eucaristia, il ministero, il senso della missione. Su tutte queste cose noi possiamo costruire insieme, ricordando che al cuore di tutto c’è la preghiera e la spiritualità. “Se condividiamo questi valori comuni, poi saremo capaci di condividerli nel mondo in cui viviamo dove ci sono molte necessità impellenti”. Lei è alla fine del suo mandato. Come vorrebbe essere ricordato? “Non è da me giudicarmi.Tocca ad altri fare una valutazione su quale sia stato il mio contributo in undici anni di servizio. Spero di essere giudicato per aver portato un contributo alla pace in Medio Oriente, per i valori umani, per il mio impegno per l’ecumenismo. Ho visitato sei volte il Santo Padre, più di qualsiasi altro mio predecessore. Spero di essere ricordato per il servizio alla missione di Cristo. Altre persone potranno giudicarmi, ma io sono contento”.

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