Il sacrificio felice

Perché di generazione in generazione abbiamo sempre più paura di mettere da parte noi stessi e i propri interessi a favore degli altri? Pubblichiamo l'editoriale del direttore apparso su Città Nuova n. 2/2020

Durante un viaggio di lavoro in pullman mi sono ritrovata a pensare, fra il resto, a come sarebbe il mondo se nessuno o pochi fossero disponibili a qualche piccolo o grande sacrificio. Il fatto è che nei giorni precedenti mi ero imbattuta in situazioni in cui trovare persone capaci di qualche atto di generosità non dovuta aveva fatto la differenza. Per contro avevo avuto a che fare con altre persone nella cui vita questa dimensione non è tanto contemplata, e… avevo notato la differenza.

Al di là del gioco di parole mi sono interrogata profondamente sulla questione che, non di rado, va a interpellare il rapporto fra le generazioni. Quante volte ci siamo sentiti dire che i nostri genitori – figurarsi i nonni – avevano una capacità di sacrificarsi molto più grande della nostra. E quante volte siamo noi a dire che i nostri figli – figurarsi i nipoti – hanno lo stesso tipo di capacità molto più ridotta.

Mi sono chiesta se di generazione in generazione, allora, nella specie umana, il sacrificio sia destinato all’estinzione. Se così fosse, e potrebbe sembrare che non ne siamo molto lontani, ci sarebbe davvero da preoccuparsi. Perché, ad esempio, la vita stessa nasce da un grande sacrificio e se le donne non ne volessero più sapere delle doglie del parto, ad estinguersi non sarebbe solo il signor sacrificio ma gli esseri umani.

Pensiamo a cosa succederebbe poi se i genitori non ne volessero più sapere di svegliarsi la notte per accudire i figli, né fossero disponibili ai tanti piccoli grandi sacrifici di ogni genere per crescerli. Che ne sarebbe della nostra società se non ci fosse chi sa posporre i propri interessi personali a vantaggio del bene comune; se mancasse chi lavora di notte per garantire certi servizi o chi lo fa sotto il sole cocente per assicurarne altri; se non ci fossero anziani che accettano di rimandare il tempo del riposo perché abbiamo ancora bisogno di loro! E ognuno di noi potrebbe continuare la lista.

A queste domande, però, credo sia necessario aggiungerne una di fondo. Perché di generazione in generazione abbiamo sempre più paura del sacrificio? Forse perché i modelli che si tramandano sono inaccettabili? Forse perché lo facciamo a muso duro e chi viene dopo vede solo una sorta di frustrazione e basta?

Nel corso di quel viaggio di lavoro, a un certo punto mi è tornata in mente “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Di quello che abbiamo scritto fin qui, questa canzone è tutto il contrario. Da ragazza aveva colto quasi come una sfida una delle sue frasi: «Vedrai che vita vedrai». Ho pensato che la mia, di vita, finora, è stata bellissima – scusate la testimonianza personale -. Imprevedibile, mai scontata. Nonostante, anzi grazie al fatto di aver messo in conto – sin da ragazza, appunto – non pochi di quelli che chiamiamo sacrifici.

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