Il sacco del ’27

“…All’una di notte di lunedì 6 maggio 1527 egli (l’autore, ndr) deve trasmettere al giornale il primo articolo” “. Comincia così la ricostruzione in “presa diretta” di Antonio di Pierro dell’evento traumatico della capitale romana: quel “Sacco” che mise fine di colpo alla Roma medicea rinascimentale e piombò come un fulmine divino purificatore – così lo lessero molti nobili spiriti contemporanei – su una civiltà splendida ma troppo spesso svincolata da ogni moralità. Di Pierro, giornalista di Repubblica, si finge inviato in quel giorno primaverile di guerra: ora per ora segue l’incalzare dei fatti, anche i dettagli minimi – ma in guerra nulla è minimo – da inviare immediatamente in redazione, da autentico corrispondente di guerra. Con uno stile svelto ed un linguaggio modernamente evocativo, rivive l’aria pesante dell’assedio a papa Clemente VII in Sant’Angelo, scampato per poco alla morte; le barbarie e gli eccidi dei lanzichenecchi in città; le profanazioni tremende del sacro; la meschinità di alcuni principi italiani sorpresi a far razzia per sé stessi e le divisioni familiari; le tensioni politiche fra le nazioni europee, spettacolo di disunione; la collera dell’imperatore Carlo V. Crolla un mondo – è la fine d’Italia, sentenzia Guicciardini – e la chiesa deve finalmente ammettere la necessità improrogabile dell’autoriforma troppo a lungo procrastinata e la messa in crisi di un modo d’essere papa troppo mondano e privo di senso del soprannaturale. Ma crollano anche l’arte e la cultura: la fuga di artisti e intellettuali – o la loro uccisione – segna la fine del mito di Roma centro del Rinascimento: uno choc da cui pochi artisti si risolleveranno. Di Pierro abbonda nei particolari, delinea ritratti della Roma recente e di quella futura con incursioni fra cronaca minuziosa e storia (con inevitabili approssimazioni e svarioni), ed ha il merito di far della prosa viva che trasforma il reportage in un “fatto” che ci entra in casa ora dopo ora. Non è poco per un tempo così traumatico. Da vero reporter Di Pierro evita di analizzare da una visione più superiore il fatto: questo è compito dello storico. Lui, è “solo” – scusate se è poco -, un giornalista: ma di razza. A. Di Pierro, Il sacco di Roma. Mondadori, pp. 291, M 17,40. Un “santo indiavolato” È Pier Damiani, monaco e cardinale, a definirlo in questo modo. E lui è nientemeno che Ildebrando, cioè papa Gregorio VII, quello dell'”andata a Canossa”: figura complessa, simbolo della teocrazia papale medievale: inviso perciò a molta storiografia laica (e no) ed esaltato da un’agiografia talvolta acritica. Ma chi era veramente Gregorio, quale il suo cammino umano e spirituale? Ad entrare, per quanto possibile, nell’animo di quest’uomo piccolo, magro, nervoso, dal temperamento focoso e dall’animo mistico, indugia – con competenza rara e perspicacia psico- logica – Dag Tessore, specialista di storia della chiesa, teologia cristiana e islamistica, con un’attenzione particolare al Medioevo. Perché è questa l’epoca in cui il papa “di ferro” si trova a vivere e a lottare per la “libertà” della chiesa: ossia la sua indipendenza dal potere statale. La famosa “lotta per le investiture”, di cui Gregorio esce vincitore morale – anche se distrutto dall’esilio a Salerno – non è avversione all’istituzione imperiale, come troppo spesso si è detto: ma esigenza di spiritualizzazione profonda del tessuto ecclesiale, di ordine nelle competenze specifiche, di riappropriazione dei propri doveri. Naturalmente, Gregorio l’affronta da uomo del suo tempo, cioè fieramente: ma dentro di sé il dubbio, l’ansia, il timore spesso lo tormentano e quella che appare all’esterno sicurezza e presunzione “imperiale” – il Dictatus papae – è invece volontà di riaffermare la necessità di vedere e condurre le cose con l’occhio divino, purificando la chiesa dai compromessi politici e mondani. Che in Gregorio tutto sia stato perfetto non è vero: maggior elasticità, meno tensione e più ottimismo forse gli avrebbero giovato. Il lavoro di Tessore non tace su questo, ma grazie ad un’indagine esplorativa sulle fonti autentiche, fa emergere una personalità certo di dominatore – la sua visione della chiesa rigidamente gerarchica forse oggi è discutibile – ma animata da una fede e da uno zelo per cui è pronto a dare, come farà, la vita. E questo non è poco, è la santità. Merito di uno studioso attento che con la sobrietà narrativa – tipica di chi fa storia e scienza insieme – ce lo presenta vivo, attuale, a dissipare malintesi ideologici del passato per scoprirne la vera figura: quella di un idealista di genio, di un uomo d’azione e di pensiero che però, prima di tutto, avrebbe voluto essere solo un contemplativo. D. Tessore, Gregorio VII. Il monaco, l’uomo, il santo, Città Nuova, pp. 232, M 14,50.

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