Il Coreper, Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio dell’Unione europea, rileva che gli ultimi dati sulla spesa per la difesa dei 27 stati dell’Unione ha raggiunto nel 2025 i 418 miliardi di euro, pari al 2,2% del Pil dell’Ue. Ma dovrebbe arrivare entro il 2029 a 547 miliardi. Questo nell’ambito della realizzazione delle richieste Nato, che recepiscono le imposizioni del presidente Usa Trump di portare la spesa militare europea al 5% del Pil. Per raggiungere questo obiettivo, nei prossimi 9 anni (2035) i Paesi europei dovrebbero complessivamente aumentare di 860 miliardi di euro l’anno le spese per gli armamenti. “Complessivamente” significa anche che si è rinunciato a procedere verso una Difesa comune europea, sancendo il principio dell’ognuno per sé, anche per la crescente diffidenza nazional-sovranista verso l’aspirazione agli Stati Uniti d’Europa.
Ma, in quella prospettiva ideologica, se l’Europa o meglio i Paesi dell’Unione europea “devono” armarsi riconvertendo la loro industria e investendo in tecnologie belliche, nel frattempo “devono” indebitarsi acquistando armi. E le armi si comprano da chi le produce perché ha da tempo privilegiato gli investimenti nell’industria militare. Un rilevamento del Sipri rivela che tra il 2021 e il 2025 le importazioni di armamenti dei Paesi europei della Nato sono aumentate del 143%. E che i principali fornitori di armi sono stati, nell’ordine: gli Usa (oltre il 60%), la Corea del Sud (new entry nella top ten) e Israele (7,7%). Ebbene sì, Israele potrebbe fornire più armi agli europei di quante ne forniscano già gli europei a Israele. Ma c’è un dato ulteriore sul ruolo di Israele nel riarmo europeo che deve far profondamente riflettere.
Se infatti il fornitore principe di armi pesanti convenzionali, cannoni, carri armati, aerei e missili sono gli Stati Uniti, per quanto riguarda la cybersecurity (quanto mai attuale in tempi di guerre ibride, per esempio), chi eccelle nella produzione e fornitura di sistemi elettronici (sensori, intercettori, sorveglianza, guerra elettronica) è per l’appunto Israele.
Per esemplificare, parto da un episodio di fine di agosto 2026 che riguarda la Grecia, membro dell’Ue: il 31 agosto infatti una delegazione militare greca guidata dal generale Ioannis Bouras è arrivata a Tel Aviv. Lo scopo era la firma di un accordo da 3 miliardi di euro per la realizzazione di Achilles Shield (Scudo di Achille): un pacchetto di tecnolgie israeliane per l’intercettazione di missili, aerei e droni.
Antoaneta Roussi, affermata giornalista internazionale specializzata in cybersicurezza e intelligence, affronta questo complesso tema in un interessante articolo apparso a settembre scorso su Politico.eu, dal titolo: “In che modo il made in Israel sta alimentando la sicurezza europea?”.
Tra i numerosi esempi riportati, oltre a quello greco, l’articolo cita: il contratto da 25 milioni di euro, del Ministero della Difesa olandese con l’israeliana Elbit Systems, del 2025; un contratto da 1,17 milioni di euro del Ministero della Difesa spagnolo assegnato a Rafael Advanced Defense Systems nel 2024; un altro accordo da 6,5 milioni di euro è stato concluso nel 2025 dal Ministero della Difesa danese con Elbit Systems Deutschland. A gennaio 2025 – secondo l’articolo di Politico.eu –, Germania e Israele hanno firmato un memorandum d’intesa per lo sviluppo di una cupola cibernetica da realizzare con tecnologia israeliana sul territorio tedesco. E, in febbraio, Israele, Grecia e Cipro hanno inaugurato a Nicosia un Centro di sicurezza informatica marittima.
L’Italia, da parte sua, aveva già «formalmente dato priorità alla tecnologia israeliana. Nel 2024, la sua agenzia per la sicurezza informatica ha introdotto un incentivo agli acquisti che equipara i software israeliani per la sicurezza informatica ai prodotti dell’Ue e della Nato nelle gare d’appalto pubbliche».
Il tema delle gare d’appalto è anch’esso rilevante, perché «molti contratti non vengono resi pubblici per motivi di sicurezza nazionale», ma «decine di voci nel database europeo degli appalti […] mostrano come le aziende israeliane stiano diventando fornitori di riferimento per le comunicazioni militari, la sorveglianza e la guerra elettronica». Commesse, inoltre, spesso assegnate ad aziende israeliane senza indire gare d’appalto pubbliche. Lascio al lettore il compito di dedurre quanto queste cosiddette strategie di intelligence possano essere pericolose. Certamente pericolose per la pace, ma anche per l’intelligenza umana.
