Il residence delle ombre cinesi

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Quanto ci manca, ma soprattutto come ci manca Pontiggia. Da quel fine moralista (nel senso proprio e classico) che era, sia nelle narrazioni che nei saggi, aveva e praticava due doti fondamentali, quella dell’umorista vero, che non gioca al massacro per costruirsi un effimero monumentino di macerie, ma salva anche la sua vittima, pur mordendola duramente, coll’additarle, nella battuta stessa, cosa e come dovrebbe essere; e quella del grande amante della letteratura, che supera tentazioni di snobismo o di ruoli obbligati, attraverso l’umile cura della parola, modellata e pesata e magari sbattuta sul muro per vedere se resiste, ma mai idolatrata; segno di amore vero e fedele. Fuori del grosso Meridiano Mondadori che ha raccolto il più delle sue opere ci sono gli inediti e gli introvabili, tra i quali lo stesso editore ha ora giustamente trascelto racconti e saggi che pubblica con il titolo (quello di un racconto) II residence delle ombre cinesi. Tra i racconti quello irresistibile è il Dialogo al tramonto con un ammiratoretorturatore che gli fa domande (sciocche) ma non lo lascia rispondere e lo induce poi, finalmente liberato, a una stanchezza infinita e serenamente infelice. Nei saggi che seguono Pontiggia sa poi essere più o meno felice o infelice, ma la sua nota costante e sorprendente è appunto la serenità. In essi l’autore, libero da appartenenze ideologiche, gioca le sue inesauribili carte soprattutto nell’analisi intelligentemente critica del linguaggio letterario; può dire ad esempio che una certa tragedia è bellissima, emozionante a una amica filologa che no, non può dirlo, a causa di un accanimento iperfilologico che uccide il libero rapporto con il testo, con quello che il testo ci dice al di là delle sue intenzioni, perché un testo importante, un testo vivo, un testo felice, ne sa più di chi l’ha scritto , e tanto più, ovviamente, di chi pretende di analizzarlo uccidendolo. Sono pagine da gustare frase per frase approdando a singole parole e nessi verbali che non mostrano già, come altrove quasi sempre accade, la piega della dissipazione che le inclina all’insignificanza; al contrario, esibiscono con civile franchezza un’oltranza mite e testarda, che le posiziona, le stabilizza e le mantiene nella giusta misura e proporzione di ciò che è detto. E si vede, esattamente da questa prospettiva, che Pontiggia è già un piccolo classico. QUELL’UMILE CURA DELLA PAROLA Era una mattina gelida, è potente, mentre In una mattina estremamente gelida secondo me fa già un po’ meno freddo, perché l’attenzione si sposta sul logoro estremamente. Buono, ad esempio, è un aggettivo forte: Dostoevskij, mentre scriveva L’idiota, dichiarava in una lettera di lavorare alla costruzione di un personaggio positivamente buono e di non conoscere nella letteratura personaggi veramente buoni, ad eccezione di Don Chisciotte e di Pickwick. Basta pensare a cosa diventa l’aggettivo buono anteposto a uomo: buon uomo, uomo di nessun conto. Uomo buono ricupera in parte la potenza dell’aggettivo (fra l’altro Cristo rifiuta l’appellativo di buono, quando viene chiamato buono risponde che buono è solamente il Padre suo che è nei cieli); questo per dire la grandezza potenziale di un aggettivo come buono, che invece viene spesso svilito. Mite e buono è già una diluizione; due aggettivi di significato convergente non creano una endiadi, no, si indeboliscono a vicenda, poi c’è estremamente mite e buono, che è la catastrofe comune. Estremamente mite e buono, non rimane quasi più niente. Giuseppe Pontiggia (Da: II residence delle ombre cinesi, Mondadori, euro 17). C’era una volta uno scrittore C’era una volta uno scrittore incerto: quando scriveva rimpiangeva di non poter leggere e quando leggeva rimpiangeva di non poter scrivere. Questo è 1’enigmatico fraseggio dell’incipit di un racconto breve, quasi un autoritratto, scritto da Pontiggia, ora scelto da Antonio Franchini a epigrafe del volume Il residence delle ombre cinesi. Uno dei racconti più originali, Natale in Turchia, evoca il Natale di una famiglia milanese alla ricerca delle rovine di Troia e il loro affannoso periplo alla ricerca della villa del cognato che li ospita a Smirne. La tipica casa turca di chi non le ha mai viste confessa con pacatezza l’io narrante alla vista delle tre cupole della villa scenografica. Quando dopo tre ore di viaggio raggiungono le rovine agognate che si intravedono appena – nascoste dal cemento, dai negozi di souvenir, dalle biglietterie e dalle antenne televisive – pensando ad Omero che forse si è ispirato proprio alle rovine, prova sconcerto e una commozione immaginaria. II racconto che dà il titolo al volume ricorda lo stile innovativo di Vite di uomini non illustri (1993). Al protagonista, uomo anziano e malfermo di salute, la Provvidenza riserva un insperato benessere: ospitato in un confortevole residence, vive l’illusione di una seconda giovinezza dai ritmi rallentati, come in uno spettacolo delle ombre cinesi. Da ultimo, pregando, non chiedeva più nulla. Ringraziava commosso. Una notte fu abbagliato da una luce… dov’era il buio che aveva tanto temuto? Aprendo gli occhi si accorse che li chiudeva. Meravigliosa è la capacità dell’autore di evocare episodi della sua infanzia ad Erba, e dei giochi ispirati ai Pirati della Malesia non con nostalgia, ma con ironia sottile, cercandone l’aspetto comico. Suo cugino Ezio Frigerio, in questo racconto a lui dedicato, impersonava un insostituibile Sandokan mentre Pontiggia si limitava a essere Yanez, personaggio riflessivo e sardonico. Il legame salgariano, la personalità carismatica, il fascino e la comicità beffarda di Frigerio, poi diventato principe degli scenografi, giocano un ruolo decisivo nella vita dello scrittore. Quando ci si chiede se artisti si nasce o si diventa – osserva Pontiggia – bisognerebbe rispondere che artista nato si diventa, lui lo era diventato. Memorabili i ritratti, nella sezione dedicata ai saggi, di Francesco Guicciardini, giurista e storico dotato di talento per la realtà e di Vilfredo Pareto, economista e scrittore, anche lui maestro nell’agguato dell’aforisma. Il saggio La contemporaneità dell’antico, trascrizione di una conferenza sui classici, tenuta all’Università ai Padova nel 1994, dovrebbe essere diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado, come opportunamente suggerisce Ferrero. Infatti Pontiggia si rivolge soprattutto ai giovani, quando spiega che l’unica ragione per studiare i classici è perché questi testi continuano ad agire nella mente delle persone. Sopravvivono al tempo, perché il tempo opera una selezione radicale. Sopravvivono solo i migliori. Nella suggestiva metafora dei fogli bianchi sparsi sul terreno in ordine geometrico della favola dello scrittore incerto, si intuisce un messaggio dal timbro inconfondibile. Allora capì che i fogli bianchi erano il libro che voleva scrivere e quello che voleva leggere, perché scrivere e leggere erano diventati finalmente una cosa sola.

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