Il regalo di papà

«Fu la mamma ad aiutarlo a capire la mia scelta di vita». Quando l’amore paterno è messo alla prova.
Gente
Come ogni mercoledì, alla fine della mattinata di lavoro, esco di corsa per andare al mercato a fare un po’ di spesa. Vado in genere da una coppia che conosco. Ma questa mattina la donna non c’è. Il marito, tutto indaffarato, cerca di fare i conti, ancora a mano, ad una signora. Intanto parlano ad alta voce.

 Dalla bocca del verduraio però esce una frase poco felice nei confronti della consorte. La mia reazione è istintiva: mi intrometto nei loro discorsi e gli dico: «Ma lei non può parlare così di sua moglie!». E lui: «Cosa vuole? Dopo trentacinque anni di matrimonio…». Come a dirmi: «Sono stanco di sopportarla».

 Ribatto: «Mio padre, quando è morto, aveva ottantadue anni. Eppure le ultime parole dette alla mamma sono state: “Sei sempre più bella”». L’altro ascolta e tace.

Finita la spesa, di ritorno a casa, il pensiero va a quei momenti preziosi vissuti in famiglia. Dopo quanto sentito al mercato, mi sembra di scoprire in modo ancora più evidente quanto l’amore tra i miei genitori sia stato vivo.

Eppure, anche fra loro, non sono mancate le difficoltà, i momenti difficili; ma sempre, con coraggio, hanno cercato di aiutarsi a superarli insieme.

 

Ero ancora molto piccola quando iniziai a rendermi conto che, sempre più spesso, la domenica sera papà tornava a casa un po’ più allegro del solito.

«Dopo aver lavorato sodo tutta la settimana per guadagnare il pane per tutti noi – ci spiegava lei –, il suo unico svago è andare al bar con gli amici a giocare a carte, e lì beve un po’ di più del solito». Lei soffriva per questa situazione, ma ci insegnava a rispettarlo perché, ci diceva, «è sempre vostro padre».

L’amore della mamma, che seppe capire questa fragilità del papà, escogitò un trucco per aiutarlo. Quando lui, come al solito, andava al bar, ad una certa ora della sera chiamava a raccolta tutti noi bambini – siamo quattro fratelli – e ci portava da papà. Per lui era una gioia vederci, e mentre ci intratteneva offrendoci qualche bibita, la mamma pazientemente aspettava che lui finisse la sua partita, per aiutarlo poi a tornare a casa presto e tutti insieme, perché, si giustificava, «i bambini hanno sonno».  Così papà perse l’abitudine di non tornare più a casa tardi.

 

Sono varie le esperienze che hanno costellato i loro quasi sessant’anni di vita insieme. La ricchezza che mi porto in cuore, ora, è quella di averli visti crescere giorno dopo giorno in un amore sempre più vero, sempre più bello. Un amore certamente purificato nel crogiolo del dolore, ma che proprio per questo aveva, ed ha, il sapore di eterno.

Fu in questo clima di amore sempre rinnovato che nacque e maturò anche la mia chiamata a donarmi a Dio.  Per la mamma fu un grande dolore. La vidi piangere al pensiero che una figlia stava avventurandosi per una strada certamente bella, ma tutto sommato per lei ignota.

Eppure fu lei che, in quel momento speciale della mia vita, aiutò papà a capire la mia scelta. «Se non ti sposi – mi disse lui un giorno –, è segno che non sei una persona come tutte le altre…». Avrei voluto dimostrargli che non era come la pensava lui, ma sentivo di non poter tradire una chiamata. Il giorno della partenza, papà aveva deciso di non accompagnarmi là dov’era la mia nuova famiglia: la piccola comunità del “focolare”; ma per amore mio, la mamma lo convinse a venire. In quell’occasione conobbe e parlò con le focolarine della mia città.

«Quando si chiude dietro le mie spalle questo cancello – ebbe a dire ad un certo punto –, debbo lasciare qui una perla della mia famiglia». «Gliela regala a Dio, vero?», si sentì rispondere. Dopo una lunga pausa, disse con decisione, anche se con dolore: «Sì, gliela regalo a Dio».

Fiorenza M. – Grottaferrata (Rm)

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