Il regalo dell’artista

Gli ultimi giorni di Claude Monet e l'estremo dono dell'amico Georges Clemenceau: «Niente di nero per Monet!».
Il regalo dell'artista
Il 12 novembre 1918, Claude Monet scrive al suo amico, Georges Clemenceau, primo ministro francese: «Sto ormai per finire due pannelli decorativi che voglio firmare il giorno della Vittoria; vorrei offrirli allo Stato grazie al suo interessamento».

Firmare il giorno della Vittoria: la Grande Carneficina Rossa volge al termine sui campi di battaglia ma quanto più ancor dura nel cuore annerito delle vedove e dei bambini ora senza padre.

Gli uomini si son fatti rari in Francia…

Monet ha settantotto anni.

Che cosa vuole offrire?

Dei fiori enormi, esorcismo dell’orrore grazie alla bellezza.

Ninfee posate tranquillamente su specchi d’acqua.

Da molto tempo, il suo stagno non è più un semplice tema da dipingere, è diventato una ossessione. Ed è così già da dieci anni.

C’è una vita intensa in questi grandi spazi dai riflessi furiosamente cangianti, eppure Monet non ha altro se non due oggetti: acqua e fiori… Soltanto la luce, senza sosta mutevole, va creando la voglia di fissare questi diversi stati delle metamorfosi della Natura.

 

Quaranta. Ci saranno quaranta tele di ninfee con inquadrature differenti. Queste serie non sono l’espressione di una mancanza di ispirazione, ma piuttosto la voglia di rendere tutta la percezione del mondo di questo infinito minimo: infima porzione di uno stagno in un minuscolo angolo del giardino…

Collocato nell’abisso… uno sguardo.

Tuttavia Monet ha dei problemi agli occhi. La vista diminuisce costantemente. Clémenceau, l’amico, lo incita a farsi operare. Ubbidirà più tardi. Ma è un’altra la sofferenza che lo travaglia, ancor più subdola: la solitudine. Questa può rendere cieco anche colui che è troppo debole.

Monet, separato dai pittori, non rinuncia alla sua avventura impressionista… passata di moda. Questa avventura è finita già da più di vent’anni per la maggior parte degli altri pittori: in effetti, adesso, si usano parole strane: cubismo, astrazione… Monet continua per la sua strada.

Monet si sta spegnendo a Giverny. Migliaia di fiori si sono già spenti. In quest’inizio di dicembre 1926, Monet sa che non rivedrà più lo schiudersi vegetale della primavera, foriero di nuovi colori.

 

Ci sono dei regali più grandi del dono delle proprie opere.

Monet muore e l’amico non c’è.

Da più di quarant’anni, Clémenceau avanza in compagnia di Monet: un’amicizia indefettibile talmente commovente.

Che cos’ha dato Monet all’amico, i suoi occhi oppure i battiti del suo cuore al ritmo delle variazioni luminose?

Clémenceau arriva a Giverny.

Troppo tardi.

Immagine di lutto intollerabile.

Il drappo nero messo sulla bara assomiglia ad un’orribile bandiera, quella della vita definitivamente vinta.

La bara di Monet è diventata una cosa priva di senso.

Rabbia.

Una tale messa in scena della morte è un affronto al pittore che non muore.

Allora Clémenceau, l’amico, strappa con violenza una tenda colorata nella stanza e la depone al posto del lenzuolo troppo scuro. Immediatamente gli vengono in mente cinque parole, quasi sassi lanciati con una fionda:

«Niente di nero per Monet!».

 

Ci sono dei regali più grandi del dono delle proprie opere.

Il vero regalo di un artista è senza dubbio la nascita del genio nell’altro.

Un altro artista?

L’amico ha drappeggiato la morte del colore del giorno.

L’amico ha ubbidito all’unica intuizione del mondo, appropriata per colui che non morirà.

 

«Niente di nero per Monet!»: parola di poeta, sicuramente.

 

(Traduzione di Jean-Paul Teyssier ed Emanuele Iezzoni. Il testo integrale è stato pubblicato sul n. 180 di “Nuova Umanità”)

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