Il primo giubileo

Nel 1300 papa Bonifacio VIII indice il primo giubileo della storia: un anno giubilare, di perdono, per dare all’Europa e al mondo un periodo di pace. Folle di pellegrini invadono Roma. Il racconto nelle pagine de Gli ultimi giorni dei Templari di Mario Dal Bello edito da Città Nuova
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Il mondo sta per finire!, è il grido che percorre l’Europa a ogni fine secolo. Anche ora molti credono alle profezie di un monaco, Gioacchino da Fiore: anni prima aveva predetto una nuova «età dello Spirito» e un «papa angelico» che non si sarebbe occupato di politica e di cose di questo mondo.

Parecchi l’avevano visto in Celestino V, ma il duro Bonifacio, così dicono i suoi nemici, l’ha fatto imprigionare e uccidere, perciò la fine del mondo non può che essere vicina.

Un misterioso Anticristo, si sussurra da varie parti, sta per venire. Lo credono anche alcuni cavalieri del Tempio. Hanno dipinto i segni misteriosi dell’Apocalisse una cinquantina d’anni prima in una loro chiesa a Perugia, dedicata a un santo misterioso, Bevignate. È un’alta costruzione a navata unica, sulla collina, come sono in genere le chiese dell’Ordine: domina la vallata ampia dall’orizzonte infinito. I cavalieri si sono raccontati negli affreschi della controfacciata mentre combattono per terra e per mare, mentre pregano.

Una grande aquila che regge un libro fra gli artigli domina i dipinti. Non basta lottare contro i saraceni o i leoni, compatti in schiere a cavallo, le lunghe lance in mano. Ci sono le forze del male da ostacolare, e loro, i Templari, sono nati per questo.

Una gran voglia di pace e di perdono avvolge questa Europa in cui le guerre e le pestilenze ricorrenti stanno mietendo vittime. I pellegrini accorrono a Roma da secoli, ma, dopo che Gerusalemme è stata ripresa dagli infedeli, è questa la nuova “città santa”, quella che custodisce le tombe degli apostoli Pietro e Paolo.

Bonifacio se n’è accorto. Non può restare insensibile a questo diffuso – e confuso – desiderio del popolo cristiano.

Consulta teologi e storici, e prende una decisione. Si seguirà la tradizione degli ebrei: un anno giubilare, di perdono, per dare all’Europa e al mondo un periodo di pace. Chi verrà a Roma riceverà l’assoluzione dai peccati. Si dichiarerà una tregua anche con il re di Francia. Bonifacio ci ha già pensato.

Qualche tempo prima, ha proclamato santo Luigi IX, nonno di Filippo, ma non è stata solo una mossa distensiva: Luigi santo lo era per davvero. Uomo di fede convinto, aveva sofferto la prigionia durante la crociata a cui aveva partecipato. Certo, un carattere ben differente dal nipote Filippo.

22 febbraio 1300. La basilica di S. Pietro, con le cinque navate scandite da colonne antiche e l’abside con il mosaico di papa Innocenzo III in piedi sotto al Cristo in trono, si va riempiendo. La folla passa attraverso il quadriportico, beve alla fontana coronata da una pigna in bronzo, ed entra, accolta dalla luce di migliaia di candele e dall’odore forte dell’incenso. La gente osserva l’ampia navata centrale decorata di affreschi e mosaici con le storie sacre, e i ritratti dei papi da san Pietro in poi.

È la festa della Cattedra di san Pietro. Roma è tutta un suono di campane, dalle basiliche antiche alle nuove chiese.

La giornata, pur fredda, è serena. Bonifacio ha scelto appositamente questa festività, che sottolinea il ruolo del pontefice. Celebra la messa, vestito di bianco, sul grande altare sormontato dal ciborio di marmo.

Poi, sale sull’ambone, il manto purpureo sulle spalle, l’alta tiara, con un grosso diamante e le penne di pavone sulla sommità, in capo. Accanto, un diacono e il cardinale Stefaneschi. Il papa è un settantenne dal fisico provato, ma la sua energia è indomabile. Annuncia con voce chiara l’indulgenza per chi durante l’anno verrà a Roma a visitare le tombe dei santi Pietro e Paolo almeno per tre giorni. Sarà un periodo di devozioni e – fatto non secondario – di guadagni per gli albergatori e i commercianti. I romani ormai da secoli sono abituati al passaggio dei pellegrini. Il papa conclude il discorso: il giubileo verrà celebrato ogni cento anni. Questa è dunque un’occasione da non perdere. La bolla verrà scolpita nel marmo posto nell’atrio della basilica. Resterà per i secoli a celebrare un evento straordinario.

La folla gremisce la basilica con una grande varietà di abiti. Sembra un oceano multicolore. I francescani in saio grigio, i domenicani in lana candida e i gruppi di monaci cavalieri.

I cavalieri dell’Ospedale di san Giovanni, che si dedicano principalmente agli infermi, in mantello nero e la grande croce bianca ottagona; i monaci-guerrieri dell’Ordine Teutonico in cappa bianca e croce nera. Il gruppo dei Templari troneggia: i cavalieri, solenni nel loro manto bianco dalla croce rosso sangue, e i loro sergenti, austeri nell’abito marrone. E poi i borghesi negli ampi vestiti a colori, i nobili con le spade al fianco, e i poveri dagli abiti stracciati e i volti provati dai viaggi, ma con gli occhi ridenti.

Si vedono pure le dame dell’aristocrazia, velate e rivestite di mantelli sgargianti, le donne della campagna, con i panni consumati dall’uso, e le centinaia di monache dalle fogge più varie, le mani intente a sgranare i rosari. Ci sono tutti, pensa il papa. La fede non manca, un’esaltazione religiosa sta invadendo l’Europa. Roma diventa una città in movimento continuo.

La gente sale a S. Pietro, osserva la grande reliquia della Veronica mostrata ogni settimana nell’oratorio posto sulla controfacciata della basilica, partecipa alle cerimonie con una devozione straordinaria. Certo, alcune assenze sono importanti: nessun regnante scende a Roma a lucrare il “grande perdono”, con dispiacere del papa che, ammalato, deve recarsi per diversi mesi nella sua città natale, Anagni, a qualche decina di chilometri dalla capitale. Manca pure la famiglia Colonna, ostile a Bonifacio e ancora sotto condanna insieme ai suoi sostenitori.

I Templari invece sono nella capitale. Si mescolano alla folla di pellegrini. Sono nati come un gruppo di devoti penitenti, non lo dovranno mai dimenticare, ma si mantengono riservati. Alcuni raccontano perciò che il giovedì della settimana santa hanno celebrato, come fanno ogni anno, un rito segreto in cui bevono dalla stessa coppa usata da Cristo nell’ultima cena, coppa che poi conservano in un luogo accessibile solo a pochi eletti. Naturalmente, il racconto circola e in tempi in cui i monaci-guerrieri non sono visti di buon occhio, dopo il fallimento delle crociate, si ingrandisce fino ad assumere i contorni della leggenda… A giugno invece, nella festa di san Giovanni Battista, Jacques de Molay arriva da Cipro e raduna a Parigi il capitolo generale dell’Ordine. Comunica di aver stretto un’alleanza con i mongoli per organizzare il recupero armato della Terrasanta. Anche gli Ospedalieri si uniranno ai Templari. L’entusiasmo sembra ritornare, tanto che parecchi cavalieri partono per Cipro a tentare la riconquista. L’ideale della Crociata, in quest’Anno Santo, è ancora vivo.

Mario Dal Bello, Gli ultimi giorni dei Templari, Città Nuova, pp. 150, € 12,00. Per acquistare il volume clicca qui.

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